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Leggi il Vescovo
21/04/2018
Care sorelle e fratelli,
 
mi introduco in questa riflessione con qualche cenno alla vicenda biografica di Fra Arsenio da Trigolo. Nato il 13 giugno 1849 a Trigolo, in Cremona, è stato battezzato con i nomi di Giuseppe e Antonio, portando come cognome quello dei Migliavacca. Nel 1874 è stato ordinato sacerdote e destinato come coadiutore in alcune parrocchie della diocesi di Cremona. Nel 1875 - quindi un anno dopo - chiese e ottenne di entrare nella Compagnia di Gesù, i Gesuiti. Dopo varie esperienze formative fu mandato a Venezia. Ad un certo punto, però, la Compagni lo dimise. Fu quindi a Torino, dove venne incaricato dall’Arcivescovo di seguire un gruppo di aspiranti suore: saranno il primo nucleo della nuova congregazione delle Suore di Maria Consolatrice. Da Torino don Giuseppe si porta a Milano per guidare la comunità delle suore ivi residenti. In seguito a varie vicissitudini, entrerà nella comunità dei Frati Cappuccini e dopo l’anno di noviziato, trascorso a Lovere, nella nostra provincia e diocesi di Brescia, prende il nome di Padre Arsenio. Nel 1903 verrà trasferito al convento di Bergamo dove resterà fino al giorno della sua morte, il 10 dicembre 1909.
 
Padre Arsenio sabato 7 ottobre è stato proclamato Beato nel duomo di Milano. In quella circostanza il Cardinale Amato, Prefetto della Congregazione dei Santi, commentava: “Le virtù dell’umiltà e della carità sono le colonne portanti della sua spiritualità. Diceva: l’umiltà ci fa mare i rifiuti, i disprezzati e ci fa tollerare pazientemente le contrarietà. Spesso ripeteva: siate umili, non temete di abbassarvi”.
 
Una prima connotazione di questa storia molto particolare e certamente molto tribolata è rappresentata dalla virtù dell’umiltà evangelica. Una virtù difficile da comprendere ancor prima che da esercitare. Una virtù che gli appartiene: non è semplicemente una condizione in cui si trova, ma è una scelta che egli compie.
 
Una virtù che viene continuamente alimentata da una esperienza ancor più difficile da comprendere e da accettare, quella dell’umiliazione. Il mio parroco mi insegnava che la misura della nostra umiltà la possiamo riscontrare nel modo con cui accogliamo le umiliazioni. Così è avvenuto nell’esistenza del Beato Arsenio e rappresenta un segno connotativo della sua esistenza.
 
Come si può essere felici nell’umiliazione? Come ci si può augurare l’umiliazione?
 
Semplicemente nell’evocare prospettive come queste, istintivamente ma anche comprensibilmente noi esercitiamo una grande resistenza. Noi proclamiamo il Vangelo dell’umiliazione: è questa la buona notizia che portiamo agli uomini e alle donne di ogni tempo a partire dal nostro?
 
La risposta a questa domanda non è semplice. È interessante vedere come il Beato l’ha incarnata nella sua esistenza, ma soprattutto è interessante per noi vedere come Gesù l’ha incarnata nella propria.
 
Come essere umili nell’umiliazione? Come vedere esaltata inaspettatamente, in maniera sconcertante la nostra dignità in un contesto reale di umiliazione?
 
Una ragione che porta il Beato - e che viene sottoposta oggi alla nostra considerazione - a entrare nello spirito di umiltà fino al punto da sottoporsi all’umiliazione è il fatto che Gesù ha vissuto questa esperienza e come Gesù noi vogliamo vivere questa esperienza. Misteriosamente non diminuisce la dignità dell’umiliato, ma piuttosto la esalta in maniera sorprendente.
 
Vivere l’umiliazione nello spirito evangelico significa anche condividere con una consapevolezza che non è solo ideale, la condizione di gran parte dell’umanità che viene quotidianamente umiliata: umiliata nelle vicende più ordinaria e umiliata da quei poteri che sembrano irridere la maggior parte degli uomini che vive in una condizione di mortificazione. Alcuni li accostiamo nelle nostre relazioni, di alcuni ne vediamo il volto e ne conosciamo la storia, ma questi sono un segno di una realtà che al di là di ogni rappresentazione è fortemente connotata dall’umiliazione e addirittura dal disprezzo. Che Dio eviti a ciascuno di noi non la condizione di umiliazione, ma piuttosto di essere attori di umiliazione, di sfruttamento, di disprezzo degli altri.
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