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Don Edoardo Algeri - L'omelia del Vescovo e il ricordo da parte di don Gianni Carzaniga







Quando sopraggiunge improvvisa, la morte sembra voler rivendicare in maniera insindacabile il suo potere.
Non ci sono spazi, non ci sono trattative, non ci sono dilazioni. Si muore, punto. Quando questa “improvvisazione” cancella la vita di una persona, a nostro giudizio, troppo giovane per morire, noi avvertiamo un’ingiustizia e la lacerazione diventa ancor più dolorosa. Lo sfracello è inevitabilmente violento. Davanti a noi sta un uomo che è morto così, come tanti che attirano ancora la cronaca locale, non per la loro fama, ma per la loro morte.
I legami che si tessono giorno dopo giorno, vengono letteralmente spezzati. Che cosa rimane di questi legami tra un morto e i superstiti? Tra un morto e i viventi? Rimangono i ricordi e rimpianti; rimangono la riconoscenza e la rabbia; rimangono gli insegnamenti e la testimonianza, rimane l’eredità che ci lasciano, se l’hanno costituita e custodita. Se è vero che si muore da soli, nell’evento della morte emerge una potenza che ingaggia una lotta con la morte stessa: è la potenza dei legami.
Legami dolcissimi, faticosi, sereni, tormentati, sofferti; legami delicati, funzionali, violenti; legami falliti e legami ritrovati. Si muore da soli, ma nella morte è come se i legami risuscitassero ad una nuova vita, forse per un istante o forse per sempre, nel cuore soprattutto.
Perché tutte queste parole? Perché don Edoardo è stato il “maestro dei legami”. Lui, che in questi ultimi anni è stato investito di responsabilità sempre più ampie, esponendosi al rischio di una paradossale solitudine, per tutta la sua vita è stato l’ispiratore della bellezza del legame. La bellezza del legame è essenzialmente l’amore e le sue infinite declinazioni; altri connotati possono contrassegnare i legami, alcuni decisamente disumani. Ma, nonostante questo, il nostro destino è il legame e, se non ci rassegniamo al destino, ma crediamo ad un piccolo spazio di libertà, allora la nostra vocazione è l’amore.
Le competenze di don Edoardo sono conosciute e sono state riconosciute: guida spirituale nel seminario, nella comunità diaconale, nei percorsi di discernimento giovanili; responsabile della pastorale familiare nella nostra Diocesi per un ampio arco di tempo, assurto ad una speciale competenza e responsabilità nell’ambito dei Consultori familiari, interlocutore autorevole presso i mondi istituzionali; in questi ultimi anni chiamato alla guida di importanti organismi a livello regionale e nazionale.
E soprattutto, la famiglia. La famiglia, dal suo nucleo misterioso e irradiante che è l’intimità di un uomo e una donna, alla meraviglia inesauribile e interpellante dei figli; la famiglia esperienza incomparabile di amore e anche di dolore; la famiglia esperienza originale di chiesa domestica e sorgente di socialità impegnativa e responsabile; la famiglia nei suoi lati oscuri e in quelli più luminosi; la famiglia rappresentazione di una storia che ha del divino e frutto della sorprendente Grazia che fa del suo nucleo pulsante, il matrimonio, un sacramento. La famiglia come narrazione vivente dei legami d’amore. Mai familista, don Edoardo ha fatto del suo servizio sacerdotale, connotato totalmente dal mandato della Chiesa, un dono alla famiglia.
Alla mariana constatazione, così attuale. “Non hanno più vino” ha corrisposto con la sua fede, la sua competente e delicata capacità di relazione, la sua passione ecclesiale, la sua intelligenza organizzativa e istituzionale. Ai percorsi che sembravano e sembrano condurre alla morte e alla tomba della famiglia, ha corrisposto con il convincimento della risurrezione “Tuo fratello vivrà”. Alla inesauribile riproposizione del legame tra un uomo e una donna ha corrisposto con lo stupore dell’apostolo: “Questo mistero è grande; sacramento del legame di Cristo con la Chiesa”. Alle fragilità e alle deformazioni della vita familiare, ha corrisposto con l’intelligenza della misericordia “Neppure io ti condanno” come ha detto Gesù. All’esposizione mortale dell’amore a corrisposto con la bellezza del Cantico: “Forte come la morte è l’amore”.
Che cosa ci resta di don Edoardo? Tutto questo e tutto ciò che ciascuno raccoglie nel cuore e potrà narrare di lui: ma ci resta sorprendente, esaltante e misterioso il legame con lui. Non solo ricordi, non solo insegnamenti, non solo testimonianze, non solo un’eredità da raccogliere. Rimane lui, rimane il legame con lui. In Cristo crocifisso e risorto, questo legame non è solo sentimento, ma è dono. In Cristo vivente, don Edoardo vive, nel legame con Cristo, infinitamente più intenso, seppur delicato, vive il nostro legame con lui. In Cristo che vive, don Edoardo vive. “Chi vive e crede in me, anche se muore, vivrà”.
 
 
+ Francesco
 

 
L’ Edo. È sempre stato chiamato così nella classe dei preti ordinati con lui il 18 giugno 1988. Una classe di preti numerosa, che inaugurava la stagione benedetta dal Signore di ordinazioni presbiterali che si aggirava sulla ventina di giovani. Quella classe fu per me la prima di cui fui vicerettore in teologia. Mi legò sempre ad essa un affetto particolare. Era la prima classe composta da numerosi ragazzi che venivano in teologia dal percorso del liceo in seminario, ai quali si aggiungeva il gruppetto di chi proveniva dal “preteologico”, le “vocazioni giovanili”.
Creare comunità fra 27 ragazzi maturati in due mondi diversi – chi proveniva dalle vocazioni giovanili aveva anche esperienza lavorativa – non era cosa facile. Il cammino invece avvenne, con serenità e progressione.
L’ Edo fu certamente uno dei perni per tale cammino. Aveva autorevolezza nel gruppo dei compagni. Era di quei “primi” che non fanno pesare le proprie qualità, ma aiutano gli altri a tirar fuori le proprie, senza mortificarle. L’aiuto ai compagni nell’impegnativo approccio alla teologia fondamentale, ma anche la biciclettata di classe nel pomeriggio di un giorno di vacanza; il tono garbato per chiedere qualcosa a nome dei compagni, e insieme l’amichevole osservazione a ciò che poteva essere migliorato, o andava capito o spiegato meglio dal vicerettore anche lui alle prime armi: erano stili e atteggiamenti significativi che lo caratterizzavano. In quel primo anno di teologia un compagno di classe, Sandro Nespoli, morì per un tumore nel giro di quaranta giorni. Il doloroso avvenimento aiutò tutta la classe ad una riflessione intensa, ad un affetto nuovo, ad un significato ancor più profondo dell’essere in un cammino di valore verso il presbiterato. Poi lo scorrere veloce e intenso dei cinque anni di teologia, con le tappe che avvicinano al presbiterato, con le esperienze significative dell’aiuto ai seminaristi più piccoli nel loro percorso. Edo svolse tutto quell’intenso percorso, esigente di tempo e di intelligenza e di energia, di fraternità, di pazienza, di buon senso coltivando sempre l’amore allo studio, contemporaneamente il dono totale di sé, con i suoi compagni, a quanto veniva chiesto.
L’amore alla bicicletta non lo abbandonava, ma era la dote della passione agli altri come futuro prete, la “passione pastorale”, che unificava le sue doti, la sua umanità, il suo cammino formativo. Insomma, quel modello del “prete bergamasco” dedito alle persone a lui affidate guidava il cammino di Edo per tutti gli anni di seminario. Poi l’ordinazione presbiterale, la destinazione allo studio della teologia morale a Roma e poi il proseguimento dello studio di psicologia.
Fu alunno del Seminario Lombardo in Roma durante quel non breve soggiorno romano per qualificare la sua preparazione. E ciò gli consentì di legare nuove amicizie con tanti preti delle altre diocesi lombarde che abitavano lo stesso seminario. Amicizie che divennero cammino spirituale condiviso, con l’appuntamento annuale per gli esercizi spirituali programmati con cura e vissuti con intensità. L’amicizia presbiterale, lo sguardo positivo, il contatto con tutti, l’informazione minuziosa sulla realtà, sulle condizioni effettive degli altri lo accompagnavano crescendo negli anni.
Tornato in diocesi dopo otto anni di permanenza e di studio al Seminario Lombardo fu disponibile con generosità continua. Oltre agli impegni per i quali l’aveva preparato il lungo periodo di studio, accolse con disponibilità la richiesta di insegnamento di lettere classiche in seminario, capace com’era in ogni settore. Per i suoi condiscepoli era rimasto e rimarrà “l’Edo”, serio e cordiale, autorevole e disponibile sempre. Accolse con gioia il compito di direttore spirituale in teologia nel 2001, affidatogli dal vescovo mons. Roberto Amadei .
Per tale compito aveva certamente una preparazione che veniva dagli studi, ma era soprattutto il profilo alto della vita sacerdotale che lo guidava a permettergli di essere riferimento significativo per l’anima dei giovani seminaristi, per aiutarli all’ascolto del Signore nella scelta vocazionale e nella preparazione al ministero. Dal ritorno a Roma aveva abitato presso il santuario dell’ Addolorata in S. Caterina, aiutando in parrocchia. quando gli proposi di trasferirsi in seminario anche per l’abitazione chiese con garbo di poter restare in qualche modo ancora presso il santuario.
Sentiva così di affidare a Maria il delicato ministero che stava compiendo. Il fitto calendario cartaceo di un tempo, alleggerito nel formato elettronico attuale ma certo sempre più intenso, segnava appuntamenti in tutta la diocesi e piano piano in tutta Italia, fino all’attuale impegno nazionale. Eppure è stato sempre disponibilissimo per gli incontri con i fidanzati, anche in orari scomodi, suggerendo modifiche e miglioramenti, adattandosi a tentativi nuovi che si proponevano. Grazie carissimo Edo per essere stato un prete anzitutto, per il quale cultura e incarichi sono stati sempre e solo un servizio ai fratelli per guidarli al Signore. Rimarrai nel cuore del drappello di giovani entrati con te in teologia nell’ottobre del 1983, ordinati preti nel 1988, ora nel pieno della maturità sacerdotale come l’amico autentico, e da ora come un intercessore presso il Signore, nostro Maestro, Pastore della nostra esistenza verso la pienezza dell’ Amore del Padre.
Don Gianni Carzaniga
 
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