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26/08/2017
Care sorelle e fratelli,
 
celebriamo la festa del nostro Patrono nel segno della speranza in un momento in cui ci sembra più difficile e dunque più necessaria.
 
Nella ricchezza della parola del Signore che abbiamo ascoltato, vorrei riconsegnarvi la preghiera con la quale abbiamo scandito il nostro ascolto: “chi semina nel pianto raccoglie nella gioia”. Quando si piange si è tentati di non seminare più nulla. Chi ha il coraggio di seminare nel momento del pianto, raccoglierà nella gioia.
 
È il momento, quello che possiamo ricondurre all’immagine del pianto, di tante domande che avvertiamo anche quando non sono espresse. Molte di queste domande sono sotto il segno della paura. È il momento di incalcolabili cambiamenti e per molti, pur forieri di speranze, alimentano incertezze. È il momento per tanti anche di delusioni profondamente sofferte, capaci di alimentare anche risentimenti, rancori, rabbie.
 
In condizioni come queste la richiesta di sicurezza è assolutamente evidente, ma dobbiamo dirci in questo momento che questa domanda non possiamo separarla da un’altra: la domanda di ragioni per sperare. Altrimenti ci sentiamo esposti al vuoto, oppure ad una emergenza permanente.
 
Stiamo attraversando e sperimentando un paradosso, quello di una vita che si allunga e di un futuro che si accorcia, come se la speranza si fosse abbreviata. Non riusciamo a sperare troppo lontano.
 
Cosa possiamo dire e cosa possiamo soprattutto fare da cristiani? Quale è il contributo della comunità cristiana in ordine alla speranza?
 
Innanzitutto il contributo della nostra fede che alimenta questa convincimento: la speranza viene da Dio. Dio è la sorgente della nostra speranza, in Gesù Cristo con la sua morte e la sua risurrezione.
 
Dobbiamo subito dichiarare che la speranza dei cristiani non è e non può essere una testimonianza individuale. La speranza dei cristiani è una speranza universale: abbraccia tutti gli uomini e il destino stesso della creazione. Non speriamo soltanto per noi stessi.
 
Ci hanno insegnato che la speranza per i cristiani è una virtù teologale, è un dono di Dio. Ci è comunicato nel Battesimo ed è affidato alla nostra fede e alla nostra coscienza. Nel momento in cui questo avviene la speranza diventa un modo di esistere, un modo di essere, uno stile di vita.
 
Per una comunità cristiana, questo “esercizio quotidiano” che scaturisce dal dono di Dio consiste innanzitutto in una memoria generativa.
 
Cari fratelli e sorelle, a volte di fronte alle incertezze e alle paure siamo tentati di volgerci indietro. Non dobbiamo perdere la memoria, ma non è archeologismo, non è semplicemente il ricordo di fasti passati (ammesso che ce ne siano stati). La nostra è una memoria generativa. Ogni volta che un cristiano fa memoria della storia, fa memoria di Dio e della sua opera e da qui trae le ragioni della sua speranza. “Fate questo in memoria di me”. È una comunità cristiana che dice a se stessa, vive in se stessa, per poi seminare nella storia un futuro che continuamente ci supera.
 
Abbiamo superato “ideologie della speranza” - che tutti abbiamo conosciuto - e si sono disfatte e svuotate. Oggi altre ideologie rappresentano speranze che sembrerebbero a portata di mano. L’ideologia non può mai generare speranza, perché la speranza appartiene ad un futuro che continuamente ci supera.
 
Come quando si sale in montagna e si arriva a una vetta, eppure si vede un orizzonte ancora più grande di quello che si vedeva prima. L’orizzonte della speranza ci supera continuamente e noi siamo testimoni della bellezza delle conquiste che la nostra intelligenza, le nostre competenze, le nostre responsabilità sono capaci di raggiungere. Nello stesso tempo siamo consapevoli che la speranza è sempre un passo avanti e non la ridurremo mai alla nostra portata.
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