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Giornata dei povero - Patronato San Vincenzo






Care sorelle e cari fratelli,
 
il Papa ha dato come titolo a questa Giornata le parole dell’Apostolo Giovanni: “Non amiamo a parole, ma con i fatti”. Le parole dell’Apostolo ci dicono dello stile che Gesù ha inaugurato, ci dicono il messaggio di Gesù. Non possiamo dimenticare la parabola del Buon Samaritano che si conclude proprio con questo appello a colui che lo aveva interrogato sull’amore del prossimo: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.
 
Il fare diventa la misura della nostra fedeltà al Vangelo. Non possiamo dimenticare neppure la parabola dell’uomo saggio e dell’uomo stolto. Ambedue costruiscono una casa, ambedue sono sottoposti all’urgano, ma una casa resiste e l’altra crolla perché - dice il Signore - una è costruita sulla roccia e l’altra sulla sabbia. Quella costruita sulla roccia è l’uomo che ascolta il Vangelo e lo mette in pratica. La casa costruita sulla sabbia è l’uomo che ascolta il Vangelo ma non lo mette in pratica. Amate non a parole, ma con i fatti.
 
Proprio domenica prossima sentiremo il Vangelo del giudizio finale. Gesù dirà: “Avevo fame, avevo sete, ero straniero, ero carcerato, ero malato, ero nudo e voi mi avete soccorso”.
 
Care sorelle e fratelli, guardandovi questa sera io benedico il Signore perché voi siete i testimoni di questo fare evangelico.
 
Però facciamo attenzione, perché la parola dell’Apostolo dice: “Amate non a parole ma con i fatti”. Amate. Non si tratta soltanto di fare, ma di fare con amore, di fare per amore, di fare e suscitare amore.
 
Dobbiamo riconoscere che ci sono tanti fatti ma a volte sembra che ci sia poco amore. È una cosa che ci colpisce: anche nella nostra terra ci sono tanti fatti, tanti gesti, tante risposte a molti bisogni. Ma c’è altrettanto amore? Dobbiamo domandarcelo.
 
Tutti a noi sembra che respiriamo un aria che non sia l’aria dell’amore. Dobbiamo interrogarci: come mai tanti fatti, mentre si stenta a riconoscere un amore, una carità, una solidarietà diffusa, senza esclusione.
 
Abbiamo udito la parabola dei talenti e la condanna di colui che non ha fatto niente. Perché? Perché aveva paura: “Ho avuto paura e ho nascosto sotto terra il talento”. L’unica cosa che ha fatto è stato nascondere il talento. “Ecco il tuo”. A volte più che amore sembra che respiriamo paura. Sembra che l’aria non sia profumata dall’amore ma sia inquinata dalla paura, dal sospetto, dal risentimento, da una sfiducia diffusa.
 
Care sorelle e fratelli, voi dovete essere testimoni di questo: che la paura, il risentimento, il sospetto, la sfiducia inaridiscono il cuore. È la sclerocardia: il cuore duro.
 
Succede così che il povero diventa un colpevole e la povertà diventa una colpa, per cui uno deve nascondere la sua povertà perché dalle nostre parti si fa fatica. La povertà viene fatta sentire come una colpa dal cuore inaridito. Il povero è il colpevole che deve nascondersi perché non si può essere poveri in un mondo come il nostro perché inevitabilmente si diventa degli scartati.
 
Carissimi, voi siete qui e portate una ricchezza enorme. A partire da limiti e fragilità che rappresentate, voi in realtà portate una ricchezza enorme che è la ricchezza del cuore, la ricchezza dell’amore, la ricchezza di quei fatti che sono suscitati da un cuore che non si inaridisce, da una povertà che non deve essere nascosta perché non ha più paura di diventare uno scarto.
 
Così nella nostra società ricca i poveri si sentono un peso, si nascondono e devono trovare dei piccoli spazi per essere accolti, perché i grandi spazi sembra che non siano per loro: altra è la vita. Tu sei a parte.
 
No. Non è così. Dico queste parole mentre guardo voi che con la vita contestate questa mentalità anche quando nessuno vi vede.
 
Nascondiamo la povertà perché, in realtà, il povero è il nostro specchio e ci ricorda che tutti quanti siamo poveri, che tutti quanti siamo fragili e che nel momento in cui dichiaro tutta la mia salute, in un secondo posso scoprire tutta la mia fragilità. Ad esempio quella sicurezza come lavoro, che ci sembrava dalle nostre parti garantito a vita, è diventato uno “speriamo”.
 
Il povero è il nostro specchio perché tutti siamo radicalmente poveri, nel senso che tutti abbiamo bisogno degli altri. L’uomo che si è fatto da solo, che pensa di vivere da solo, è una grande illusione. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. In questo senso riconosciamo la nostra povertà.
 
Il bisogno deve essere colmato dalla giustizia, ma la vita può essere colmata soltanto dall’amore. Il bisogno si colma con la giustizia ed è necessario che la giustizia corrisponda soprattutto ai bisogni fondamentali delle persone, ma la vita può essere colmata soltanto dall’amore.
 
L’amore ha bisogno di organizzazione, di competenze, di strumenti, di risorse, ma soprattutto ha bisogno di persone, ha bisogno di cuori. Cari fratelli, non illudiamoci che anche l’organizzazione più perfetta, che è necessaria, possa sostituirsi all’amore personale, alla relazione personale.
 
Sono parole forti quelle che scrive il Papa: “Se vogliamo incontrare realmente Cristo è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale che riceviamo nell’Eucaristia”.
 
Care sorelle e fratelli, i piccoli, i poveri, i deboli, i fragili, gli emarginati sono soggetti e non solo sono oggetti, fino a diventare delle cose. La mano tesa di una persona al suo bisogno interpella la mia umanità, la mia responsabilità e quindi le conseguenze che ne scaturiscono.
 
Noi non possiamo scegliere i poveri. Sono i poveri che ci scelgono. La mano tesa del povero è la mano stessa di Gesù. Stringere quella mano è diventare come Gesù.
(trascrizione da registrazione)
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