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Marcia Nazionale della Pace - Sotto il Monte






Care sorelle e fratelli,
Innanzitutto vorrei esprimere la mia riconoscenza per la scelta di Bergamo e Sotto il Monte per celebrare questa marcia nazionale della pace, cominciata proprio qui cinquanta anni fa, nel ricordo di Papa Giovanni XXIII allora nel quinquennio della Pacem in terris. Il ricordo va allora a Padre Turoldo, al Cardinale Capovilla che sono sepolti qui in questo paese di Sotto il Monte, ma anche permettete a Mons. Bettazzi che è l’unico testimone di tutte cinquanta le edizioni della marcia.
 
La celebrazione eucaristica illumini lo sguardo contemplativo che Papa Francesco, in questa Giornata Mondiale per la pace, ci chiede di rivolgere alle nostre città, ai migranti e rifugiati, ai germogli di pace che già stanno spuntando. Con spirito di misericordia, abbracciamo tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale.
 
La pace è un abbraccio, uno sguardo, un cantiere.
 
Papa Francesco scrive nel messaggio di quest’anno: “Molti migranti e rufigiati lasciano paesi devastati dalla guerra, dalla violenza, dal terrore; cercano pace, cercano una vita migliore”. Nel riflettere su queste parole pregnanti e nello stesso tempo così evidenti, mi sono interrogato: questa ricerca della pace è davvero ricerca di tutti? Possiamo dire che la pace è cercata da tutti? Vogliamo la pace o più sbrigativamente starcene in pace?
 
Scrive il Santo Padre: “La pace che gli angeli annunciano ai pastori nella notte di Natale è un’aspirazione profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, soprattutto di quanti più duramente ne patiscono la mancanza”. Devo confessarvi che nutro la forte preoccupazione che la pace non rappresenti l’aspirazione profonda di tutte le persone. Dobbiamo constatare che per molti la pace è una condizione semplicemente scontata e dunque disattesa. Dobbiamo riconoscere che la pace e il desiderio di pace molto spesso vengono umiliati, irrisi, mortificati in troppi paesi del mondo.
 
La pace è dunque veramente e per tutti “sommo bene” dell’umanità, come scriveva Papa Giovanni nella Pacem in terris? Ma lo diceva già molto tempo prima, quando in una sua lettera traccia queste parole: “Indimenticabile fu il servizio che compii come cappellano negli ospedali del tempo di guerra. Esso mi fece raccogliere nel gemito di feriti e dei malati l’universale aspirazione alla pace, sommo bene dell’umanità”.
 
Siamo passati dalle istanze e iniziative nel segno del disarmo alle attuali impressionanti scelte di riarmo sostenute da opinioni pubbliche sempre più disposte e da una produzione di armi sempre più impressionante.
 
Siamo passati dalla coscienza diffusa del rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, alla condiscendenza rassegnata e sempre più spesso convinta, della sua necessità.
 
Siamo passati dal superamento del cosiddetto “equilibrio del terrore” alla sbandierata prospettiva di una guerra nucleare.
 
La pace è veramente l’aspirazione di tutti?
 
Certamente è l’aspirazione di chi vive in paesi in guerra e ne subisce le conseguenze più devastanti. Costoro aspirano alla pace, cercano la pace, si muovono in cerca di pace.
 
“Ma - dice il Santo Padre - le persone migrano anche per altre ragioni, prima fra tutte il desiderio di una vita migliore, unito molte volte alla ricerca di lasciarsi alle spalle la disperazione di un futuro impossibile da costruire. Si parte per ricongiungersi alla propria famiglia, per trovare opportunità di lavoro o di istruzione: chi non può godere di questi diritti, non vive in pace. Inoltre, come ho sottolineato nell’Enciclica Laudato si’, è tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale”.
 
Care sorelle e fratelli, le migrazioni non sono causa, ma conseguenza di guerre, malattie, fame e soprattutto di un’enorme ingiustizia e disuguaglianza.
 
Una moltitudine di bambini nasce ancora in una mangiatoia, una moltitudine di persone viene tratta ancora come merce e come schiava. Abbiamo invece appena udito la parola di dell’apostolo Paolo: “Quindi non sei più schiavo, ma figlio”. Molte donne e molti uomini vivono ancora oggi in condizione di schiavitù.
 
Il grido dei poveri e della terra sembra sovrastato da quello di coloro che urlano il loro potere su tutto e su tutti.
 
Scrive il Papa: “Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano. Il «necessario realismo» della politica non può diventare una resa al cinismo e alla globalizzazione dell’indifferenza. Non possiamo dimenticare la sconcertante migrazione o fuga avvenuta in questi giorni dal riconoscimento del diritto di cittadinanza capace di alimentare responsabilità civile in coloro ai quali va attribuito”.
 
E nell’omelia della Notte di Natale il Papa ha detto: “Maria e Giuseppe, per i quali non c’era posto, sono i primi ad abbracciare Colui che viene a dare a tutti noi il documento di cittadinanza”.
 
Quattro sono le azioni con le quali Papa Francesco ci invita a coniugare migrazione e pace: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Nel corso della nostra marcia abbiamo potuto riflettere su queste azioni.
 
Lui stesso, commentandoli, ci invita a coniugare questi verbi in prima persona singolare (io accolgo, io proteggo, io promuovo, io integro) e poi nella prima persona plurale (noi accogliamo, proteggiamo, promuoviamo, integriamo).
 
Vuol dire che siamo chiamati a coniugare questi verbi personalmente, socialmente, comunitariamente.
 
Padre Turoldo alla prima Marcia della pace, tenutasi proprio qui, diceva: “La pace non è americana, russa, romana o cinese: la pace vera è Cristo. La pace non dev’essere fatta di parole, ma conquistata personalmente e incarnata in tutte le circostanze della vita: la famiglia, il lavoro, la società”.
 
In questa direzione - permettete una testimonianza - si è mossa la Chiesa di Bergamo nei confronti dei 120mila migranti residenti e dei 2000 richiedenti asilo ospitati in strutture diocesane, in più di 100 Parrocchie e 90 Comuni, compresi gli ultimi 13 dei 160 giunti recentemente dalla Libia, attraverso il corridoio umanitario.
 
Papa Francesco conclude il suo messaggio con le parole di San Giovanni Paolo II: “Se il sogno di un mondo in pace è condiviso da tanti, se si valorizza l’apporto dei migranti e dei rifugiati, l’umanità può divenire sempre più famiglia di tutti e la nostra terra una reale casa comune”.
 
E in questo luogo, dove tra qualche mese, per dono di Papa Francesco, giungeranno in pellegrinaggio per qualche giorno, le spoglie mortali di Papa Giovanni risuoni ancora la sua voce: “La Pace sia fondata non sul timore, sul sospetto, sulla diffidenza reciproca; sia assicurata non sulla minaccia di terribili distruzioni, che sarebbero la rovina totale del genere umano, creato per dare gloria a Dio, e per la mutua edificazione nell'amore fraterno; ma sia stabilita sul retto ordine dei rapporti umani, un ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità, e posto in atto nella libertà. Questa è la pace, a cui le umane genti anelano, come a dono divino preziosissimo, senza il quale non si può aspirare a costruttivo progresso, a duraturo benessere, all'avvenire sicuro delle giovani generazioni, delle famiglie, delle Nazioni”.
(trascrizione da registrazione)
 
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