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25mo anniversario della morte del Vescovo mons. Oggioni - Cattedrale






Care sorelle e fratelli, il Vangelo della trasfigurazione che abbiamo appena ascoltato illumina alcuni tratti della personalità e della missione di mons. Giulio Oggioni, Vescovo di Bergamo dal 1977 al 1992.
 
 
 
Dice il Vangelo che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Il Signore li sceglie e li chiama dal gruppo di coloro che già sono stati costituiti apostoli, che già sono stati scelti per restare con lui e poi andare a predicare.
 
 
A questi tre Gesù offre una esperienza che ha le dimensioni intense dello stare con lui su un alto monte, in disparte, da soli. Desidero condividere questo primo tratto dell’esistenza di mons. Oggioni: egli ha sentito profondamente la chiamata del Signore, la propria storia come un profondo rapporto con lui, la chiamata ad essere uomo autentico in Cristo Signore. Chi ebbe occasione di parlare con lui ascoltò spesso come commento sintetico a riflessioni sull’esperienza cristiana l’espressione
“è bello essere cristiani”.
 
 
Se negli ultimi anni in particolare sottolineò nel suo magistero la tematica del battesimo e a partire da esso sviluppò con intensità il tema del laico battezzato, ciò è dovuto a quella convinzione dell’esperienza profonda dell’incontro con Cristo come chiamata ad una umanità vera. Il Vescovo Giulio sentì profondamente la vocazione ad essere prete, ad essere pastore come specificità, come volto concreto del suo essere chiamato alla fede, del trovare nel Signore la verità dell’esistenza. Da qui la sua attenzione alle vocazioni ministeriali e a quelle di speciale consacrazione, da qui l’attenzione particolarissima per le vocazioni al sacerdozio e per il seminario.
 
 
Nel Vangelo troviamo poi questa sottolineatura: stare con il Signore, insieme, nella Chiesa. Questo è stato uno dei temi più cari al Vescovo Giulio. Ripeteva: non può aver Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre (citando un padre e santo Vescovo della Chiesa). Per formazione e per convinta scelta personale, curò le istituzioni della Chiesa diocesana nel governo centrale (la Curia), nella presenza territoriale (i vicariati che egli riformò e aggiornò), nella capillare presenza dei sacerdoti nelle parrocchie. La sua accurata e determinata opera di legislazione nei diversi settori della vita pastorale fu animata dalla consapevolezza di voler unire intorno al Signore la Chiesa di Bergamo. Con lo stesso spirito diede volto stabile alla cooperazione con altre Chiese, particolarmente in Bolivia e Costa D’Avorio aprendo alla diocesi, ai preti e ai laici, un dialogo missionario diffuso ed efficace.
 
 
Abbiamo udito nel Vangelo l’espressione indimenticabile di Pietro che dice “è bello per noi stare qui, facciamo tre tende”. In questa espressione vedo l’attitudine di fondo che ha accompagnato l’esistenza del Vescovo Giulio: quella di uomo di studio, particolarmente del teologo. Egli ha insegnato nella facoltà teologica di Venegono, poi ha pubblicato articoli, è stato direttore di riviste, ha diretto la facoltà di Milano, ha curato l’aggiornamento teologico del clero, insieme a tutta una attività di pensiero che lo ha appassionato e impegnato. Un’attività che traspare ancora dalla lettura delle sue omelie e dei suoi interventi pastorali preparati con cura, dopo aver raccolto documentazione, pronunciati e poi rivisti e corretti per essere pubblicati. È il lavoro del teologo che si meraviglia, che indaga, che gusta la bellezza del pensare, del riflettere, del comunicare. La bellezza di fermarsi a contemplare il volto di Dio: è bello per noi stare qui.
 
 
Nel Vangelo abbiamo ritrovato le grandi parole di Dio quando Gesù si trasfigura: “Questo è il Figlio mio, l’amato, ascoltatelo”. Quante volte nella predicazione il Vescovo Giulio ha sintetizzato con due espressioni il cuore della fede nell’ascolto e nella conoscenza di Gesù: “Cristo è il visibile del Padre” diceva. Subito citava poi la parola evangelica di Gesù a Filippo che gli aveva chiesto “mostraci il Padre e ci basta”: “Filippo che vede me, vede il padre”. La fede viene dall’ascolto ci dice l’apostolo Paolo: dall’ascolto della parola che è Gesù che ci mostra il Padre. Mons. Oggioni vide questo concretizzato nella catechesi. Sul rinnovamento della catechesi si impegnò moltissimo. Fu membro della Commissione della catechesi della Conferenza Episcopale Italiana, che poi anche presiedette. Lavorò personalmente con molto impegno perché venissero finalmente pubblicati i catechismi della Chiesa Italiana, in particolare per gli adulti e per i giovani. In diocesi insistette moltissimo per una ripresa della catechesi. Incoraggiò e sussidiò con progetti annuali la catechesi degli adulti nelle forme nuove di gruppo e di famiglia.
 
 
L’esperienza della trasfigurazione di conclude con Gesù che rimane solo con i suoi e loro rimangono soli con lui. La pagina del Vangelo sottolinea due solitudini: soli con Gesù sono i discepoli perché sono chiamati da lui, Gesù è solo con loro perché la ripresa del loro cammino di discepoli dietro al maestro avviene sulla strada che ci piace chiamare “del quotidiano” dove lui è presente in una familiarità che lo lascia quasi scomparire. Il quotidiano laborioso e intenso di mons. Oggioni fu segnato dalla consapevolezza della responsabilità del suo ministero. Si sentì solo con il Signore in una responsabilità che gli era affidata e che gli chiedeva di donare sempre il meglio della propria intelligenza e del proprio cuore. Proprio la presenza del Signore lo incoraggiò anche nei momenti difficili che accompagnano la vita di ogni uomo e quindi anche del Vescovo.
 
 
Per chi crede, per il Vescovo Giulio, per me Vescovo, ogni solitudine è accompagnata dalla grazia della presenza del Signore, il Maestro, il Figlio amato che ci parla e non ci abbandona. Ora sappiamo che le nostre solitudini sono accompagnate anche dal Vescovo Giulio, lo sentiamo ancora con noi, carico di amore per la nostra Chiesa, ad intercedere presso il Figlio amato, il Signore Gesù.
 
(trascrizione da registrazione)
 
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