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Giovedì Santo - Cena del Signore - Cattedrale






Care sorelle e fratelli,
 
abbiamo avuto modo di ascoltare nella proclamazione della Parola di Dio tre racconti: il racconto della Pasqua degli ebrei, il racconto che ci consegna Paolo di quella che è la tradizione della cena del Signore e infine il racconto della lavanda dei piedi. Non sono semplicemente narrazioni, ma è piuttosto una consegna: il Signore ci parla “in” queste narrazioni. Vorrei raccogliere insieme con voi due considerazioni.
 
La prima viene dall’evidente insistenza sulla parola e sulla esperienza della “memoria”.
 
La pagina del libro dell’Esodo dice che Dio consegna a Mosè e ad Aronne consegna le indicazioni per la cena pasquale, nella notte in cui sarebbe passato salvando Israele e condannando drammaticamente alla morte i primogeniti degli Egiziani: è la pasqua del Signore. Questa pasqua è contrassegnata dall’agnello, dal suo sangue con il quale vengono segnati gli stipiti delle porte delle case degli ebrei perché Dio passi oltre. La conclusione è questa: di generazione in generazione, di anno in anno, voi ripeterete questi gesti; questo per voi è un “memoriale”.
 
Abbiamo udito pure nella pagina della lettera di Paolo ai Corinzi questa consegna della cena del Signore: “Vi trasmetto quello che ho ricevuto… Gesù nella notte in cui fu tradito prese il pane e disse: questo è il mio corpo dato per voi, fate questo in memoria di me. Questo è il sangue dell’alleanza, fate questo in memoria di me”.
 
Sarebbe interessante fermarci ad esplorare tutto quanto la parola memoria è capace di evocare. Avvertiamo l’importanza della memoria, anche a fronte di tante malattie che a volte rischiano di affliggerci, la prima delle quali è la vecchiaia che comporta la perdita almeno parziale della memoria. Avvertiamo l’importanza della memoria perché una realtà così complessa come la nostra o una società così veloce come la nostra rende sempre più difficile coltivare la memoria. Questa perdita della memoria ci lascia un poco sconcertati, incerti, qualche volta impauriti. Ci affidiamo allora alle grandi memorie degli strumenti digitali, queste memorie infinite che la tecnica ci offre che comprendono dati che nemmeno noi pensiamo di conoscere relativamente a noi stessi. Questa conservazione nelle memorie artificiali per certi versi la apprezziamo moltissimo, per altri ci inquieta non poco.
 
D’altra parte ancora noi ci rendiamo conto e avvertiamo un bisogno diffuso a livello sociale di mantenere viva la memoria, come le nostre tradizioni, perché attorno a queste ci sembra di poter conservare un minimo di identità, di appartenenza. Tutte esigenze che oggi vengono avvertite in maniera forte come bisogno e che tendono a rassicurarci rispetto a una insicurezza diffusa che tante minacce alimentano, ma che spesso è espressione di un disorientamento generale.
 
Il rischio che corriamo è di valorizzare la memoria solo come elemento di conservazione e quindi come qualcosa che ha a che fare con il passato. Orienta il nostro sguardo all’indietro. C’è invece qualcosa di assolutamente nuovo che il Signore ci consegna: la trasformazione della memoria in memoriale. Non è semplicemente un gioco di parole.
 
Il memoriale apre al futuro. È totalmente originale rispetto alla memoria. La memoria è conservazione anche saggia di un passato che finisce. Il memoriale invece è qualcosa che avviene nel momento in cui si fa e continuamente apre al futuro. Nel momento in cui noi celebriamo il memoriale, quel fatto è presente e noi apriamo già la via del futuro.
 
“Fate questo in memoria di me” non significa guardare al passato, ma questa fedeltà al gesto che ci è consegnato, alla tradizione nel suo senso più alto, è consegna dell’esperienza della fede che ci apre al futuro.
 
Cosa trasforma la memoria in memoriale? Non è un gioco di parole e non è nemmeno una nostra capacità originale. È dono di Dio, è il soffio dello Spirito che rende oggi, attuale, ciò che è avvenuto. Non è semplicemente un superamento della dimensione del tempo è veramente questa comunicazione dell’azione di Dio che avviene nel momento in cui noi facciamo memoria.
 
Cari fratelli e sorelle, è proprio così. Noi nella preghiera dopo il “padre nostro” diciamo: “con l’aiuto della tua misericordia vivremo liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento”. Io sono sempre impressionato, a fronte di questi bisogni diffusi di sicurezza, nel pregare così. Non è semplicemente il rifugiarci o il chiuderci che ci può rassicurare, ma è il memoriale: “fate questo in memoria di me”.
 
Non è nemmeno semplicemente il gesto della ripetizione, ma ciò che questo gesto rappresenta nel soffio dello Spirito. È il gesto di Gesù la nostra memoria, la nostra identità, il principio delle nostre appartenenze.
 
La seconda serie di considerazioni, legate con il principio del memoriale, è la dimensione comunitaria della fede.
 
Quella memoria che il soffio dello Spirito trasforma in memoriale appartiene a una comunità. Il memoriale non è qualcosa di un singolo, è qualcosa di un popolo, di una comunità. È una memoria comune, è una celebrazione comune, è un memoriale che crea comunità. Ricordiamocelo questa sera.
 
Ricordiamocelo alla luce di quel dono che il Signore ci fa. Nella sera del giovedì santo si ricorda il dono dell’Eucaristia, il dono dell’istituzione del sacerdozio ministeriale e il dono del comandamento dell’amore: amatevi come io vi ho amato.
 
Cari fratelli e sorelle, siamo tutti fortemente esposti alla tentazione di un individualismo radicale che è in agguato al punto tale che non ce ne accorgiamo più. La forza dell’annuncio del Cristo Risorto attinge alla credibilità della comunità e la credibilità della comunità si alimenta alla forza, alla luce, all’esperienza del comandamento dell’amore.
 
Gli Atti degli Apostoli ricordano che i primi cristiani annunciavano “con forza” la risurrezione di Cristo. Ma dove stava questa forza? Nell’alzare la voce? No. In una convinzione che li ha portati anche al martirio? Certamente. Ma soprattutto la forza era nella comunità che agli occhi di tutti, credenti o ebrei o pagani, rappresentava una provocazione visibile e vivente come poteva essere una comunità connotata dal comandamento dell’amore.
 
Le nostre comunità sono molto diverse da quelle di duemila anni fa: parlo delle nostre parrocchie, parlo delle nostre comunità religiose, parlo delle nostre associazioni e dei nostri movimenti, parlo delle nostre famiglie, parlo dei nostri gruppi. Abbiamo una ricchezza di articolazioni comunitarie, ma se vogliamo che l’annuncio della risurrezione, la speranza degli uomini risuoni ancora con forza, allora tutte queste comunità devono assumere, riproporsi, rinnovare, riconoscere il grande dono del comandamento dell’amore: amatevi come io vi ho amati.
 
Cari fratelli e sorelle, questa testimonianza sarà capace anche di parlare al cuore dei giovani, che a volte ci sembra un po’ impermeabile all’annuncio del Vangelo.
 
Questo comandamento dell’amore questa sera prende la forma dell’umile servizio. Ci sono tante forme per esercitare il comandamento dell’amore. Stasera Gesù ci dà un esempio nell’umile servizio di lavare i piedi ai suoi discepoli. Interessante la nuova traduzione che dice: “vi ho dato un esempio”. Non dice “l’esempio”, ma “un esempio”. Sono tante le modalità del servizio. Gesù ci ha dato un esempio, ma di un servizio umile, e concreto. È una delle forme per esercitare il comandamento dell’amore, per fare come ha fatto lui.
 
Questa sera laverò simbolicamente i piedi a dei giovani. Siamo nell’anno del Sinodo dei giovani, c’è questa grande attenzione da parte del Santo Padre che vorrebbe risvegliare l’attenzione di tutta la Chiesa nei confronti delle giovani generazioni, attenzione su ciò di cui loro sono capaci di essere portatori e del dono del Vangelo che vogliamo offrire alle loro esistenze.
 
A voi giovani che siete qui a rappresentare tanti altri (che mi auguro possano essere presenti in questi giorni nelle nostre comunità parrocchiali) vorrei consegnare il servizio: il servizio come espressione del comandamento dell’amore è uno dei gesti più alti di libertà. Non dimenticatelo. Uno dei gesti più alti della libertà umana è di porsi al servizio non per dovere (pure importante a volte), ma per amore, cioè liberamente. So che voi siete capaci di questo. Siete capaci di questo protagonismo e di questa assunzione di responsabilità.
 
Questa sera io compio il gesto di Gesù, anche se assolutamente distante è la mia persona da lui, in qualche modo io dico a voi per primi giovani, e attraverso di loro a tutti voi, “vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come ho fatto io”, perché anche voi facciate come fa Gesù.
(trascrizione da registrazione)
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