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Pasqua di Resurrezione - Cattedrale






Care sorelle e fratelli, riuniti così numerosi nella nostra chiesa cattedrale, desidero rivolgere a tutti e a ciascuno un augurio particolare che scaturisce dalla celebrazione che stiamo condividendo: la fede e la gioia della Chiesa che celebra la risurrezione di Gesù, diventi fede e gioia di ciascuno di voi.
 
 
La Chiesa vive di questa fede e di questa gioia da quando esiste. D’altra parte dobbiamo riconoscere che se ciascuno di noi non è messo nella possibilità di condividere questa fede e questa gioia il rischio è che la Chiesa sia qualcosa di lontano e di staccato dall’esperienza. Addirittura così sembra che la Chiesa si svuoti dell’esperienza stessa che celebra, perché la Chiesa è formata da ciascuno di noi.
 
L’augurio che la fede e la gioia della Chiesa diventi la fede e la gioia di ciascuno significa che ognuno di noi possa rinnovare l’esperienza di Cristo risorto, il vivente. Un’esperienza che ci è possibile per dono di Dio, perché tutti noi abbiamo ricevuto il dono dello Spirito di Dio, che è lo Spirito del risorto. Non è una specie di autosuggestione, per altro alimentata da una condivisione ampia di persone, che ci introduce a questa fede rinnovata e a questa gioia. È invece il dono dello Spirito di cui ciascuno di noi è stato fatto destinatario.
 
Insieme al dono dello Spirito c’è la Parola del Signore che abbiamo ascoltato e che diventa la via per entrare in questa gioia pasquale.
 
Abbiamo avvertito la stessa difficoltà dei primi discepoli di Gesù che non avevano ancora compreso le Scritture. Questo “comprendere le Scritture” sarà un impegno che accompagna tutta la nostra esistenza, anche se il Vangelo soprattutto in alcuni suoi aspetti particolari ci è familiare.
 
La prima immagine che oggi il Signore ci consegna è quella di una donna: Maria Maddalena, la prima che il giorno dopo la grande festa ebraica della Pasqua, di buon mattino, si reca al sepolcro e si trova di fronte ad una sorpresa che la sconvolge. Maria velocemente, di corsa dice l’Evangelo, torna dove stanno i discepoli di Gesù e dichiara ciò che ha visto: “hanno portato via il Signore! non è più nel sepolcro! e non sappiamo dove l’abbiano portato!”. Umanissima considerazione alla luce di un fatto che si è presentato in maniera sorprendente agli occhi della Maddalena.
 
Care sorelle e fratelli, queste parole di Maria Maddalena ci risvegliano una consapevolezza che probabilmente ci appartiene ma che a volte dimentichiamo con grande sofferenza, perdendo la gioia della Pasqua: questa consapevolezza è che Gesù non è collocabile! Non sta lì e tanto meno sta in un sepolcro.
 
In un sepolcro ci può stare un cadavere, ma Gesù non è un cadavere. Gesù è risorto, è il vivente. Non può essere intrappolato, non può essere posseduto, come in fondo - per amore - voleva Maria Maddalena.
 
Noi sappiamo bene dove è Gesù, abbiamo imparato che Gesù ci parla e quindi è nella sua Parola. Da cristiani sappiamo che Gesù è nei santi segni che abbiamo imparato a chiamare sacramenti. Conosciamo il Vangelo per cui sappiamo che Gesù si rende speciale in modo speciale nei poveri, nei bisognosi, negli affamati, assetati, nudi, carcerati, malati, emigrati, prigionieri: lo ha detto lui chiaramente.
 
Noi conosciamo Gesù, ma non lo riconosciamo. Non basta la conoscenza: io so il Vangelo, io so la dottrina, mi sembra a volte di ripetere sempre le stesse cose. Questo non ci dà gioia. La gioia non consiste semplicemente nel conoscere una persona, ma nell’incontrarla. Se quella persona ci è cara, se quella persona per noi è rilevante o addirittura decisiva, se quella persona noi la amiamo, non basta conoscerla, dobbiamo riconoscerla.
 
A volte facciamo prevalere l’istinto di possedere non solo le cose ma anche le persone. Quante volte succede nella nostra vita: verso le persone stesse che stanno vicino a noi abbiamo l’istinto di trattenerle, di possederle. Questo però ci toglie la gioia di riconoscerle: di meravigliarci ancora di loro, di stupirci di loro. Così avviene anche di Gesù: io lo conosco, io sono cattolico, io partecipo agli appuntamenti della Chiesa…
 
Cari fratelli e sorelle, qui non si tratta semplicemente di possedere una serie di sicurezze sotto il timbro di “cattolico”. Belle ma non sufficienti a accendere quella gioia che molti - cominciando dai nostri figli e nipoti, dai giovani in genere - vogliono vedere, non in esibizioni strane, ma percepire in noi che diciamo di credere in Cristo risorto.
 
In qualche modo è come se quest’oggi il Signore ci dicesse: “lasciate perdere un po’ le vostre certezze e risvegliate il vostro desiderio”.
 
È importante anche nelle relazioni umane. Io so, lo conosco, so come va a finire, non c’è nulla di nuovo… Lasciamo un po’ perdere i nostri pregiudizi, svuotiamo un po’ quelle certezze che a volte ci rendono così rigidi e risvegliamo invece il desiderio che è proprio la via per un nuovo incontro tra persone e con il Signore.
 
Maria Maddalena non sa più cosa pensare: va dai discepoli e poi tornerà da sola ancora al sepolcro. In quel momento incontra Cristo risorto, proprio quando non sa più cosa pensare, quando tutte le sue certezze - compreso il fatto che il corpo morto fosse in quella tomba - sono svanite. Allora finalmente sente quella parola, una parola amorosa.
 
Care sorelle e fratelli, quante volte avete ascoltato il vangelo, ma l’avete sentito una volta come parola d’amore per voi? Quando la Maddalena sente Gesù, lo sente dire una parola sola, il suo nome, Maria, si rende conto che il suo Maestro era vivo.
 
Noi dobbiamo poter raccontare questa esperienza. Non con tante parole come sto facendo io, può darsi anche con nessuna parola, ma chi ci guarda - e soprattutto i più giovani - devono poter avvertire che questa storia è la nostra, che questa storia sta nel nostro intimo. Come è stata nell’intimo di Maria.
 
La seconda immagine è quella di Pietro e Giovanni. Arrivano gli uomini, di corsa. Pietro arranca un po’, Giovanni è più giovane - dice l’Evangelo - e arriva prima. Che corsa è? Dalla risurrezione in poi tutti corrono. Che corsa è?
 
La possiamo comprendere: è arrivata Maria che ha detto che Gesù è stato portato via, che non è più nel sepolcro, che la tomba è stata dissacrata. Corrono ed è una corsa affannosa. Non lo vedono ancora perché sono affannati. Non vediamo Gesù perché siamo tutti affannati. Abbiamo tutti i nostri affanni che molte volte sono alimentati dal fatto che le cose ci sfuggono, che dobbiamo rincorrere la vita. Abbiamo paura che ci portino via le nostre cose. Sembra che tutti quanti ci portano via qualcosa: da quelli che arrivano da paesi lontani, ai nostri vicini di casa, fino ai nostri parenti. Ci portano via. Noi siamo affannati e corriamo come Pietro e Giovanni: hanno portato via il Signore!
 
Anche la Chiesa sembra affannata: ci portano via tutto, diminuiscono le persone; il mondo secolarizzato ci porta via i cristiani, i giovani, anche le donne che una volta erano l’espressione di quella fede che si tramandava di generazione in generazione; ci portano via le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata; ci portano via il potere. E noi entriamo in affanno e ci mettiamo a correre, a inventarne di tutti i colori per cercare di tenere e di resistere.
 
Care sorelle e fratelli, finalmente arrivano al sepolcro, ci entrano dentro e vedono i teli. È Giovanni, il giovane, che riconosce i segni e le tracce del risorto. Non l’hanno portato via: i teli sono qui, sono “deposti” in una maniera particolarissima. Il Vangelo nell’originale in lingua greca usa apposta una sfumatura di questo verbo. I teli sono un segno che fanno riconoscere ciò che lui aveva detto. Sono delle tracce da cui Giovanni riconosce e dice: “È risorto!”.
 
Anche noi non vediamo il risorto, ma ne possiamo vedere i segni, ne possiamo riconoscere le tracce. Quelle che Pietro ci ha consegnato nella prima predicazione, come abbiamo letto nella prima lettura: “Gesù passò beneficando, sanando, annunciando ai poveri la lieta novella, riscattando i prigionieri dalla schiavitù”. Ogni volta che noi compiamo gesti di questo genere o li vediamo attorno a noi, noi stiamo vedendo i teli, cioè i segni, le tracce del risorto. Allora ciascuno può riconoscerlo e dire: “È risorto!”. Non lo dice soltanto la Chiesa, non lo dice soltanto il coro, non lo dicono soltanto i preti, lo posso dire io: “È risorto!”.
 
Questo diventa una sorgente per l’esistenza di ciascuno di noi. Una sorgente non solo per il modo di morire, ma proprio per il nostro modo di vivere.
 
Concludo con quanto abbiamo udito dall’Apostolo Paolo: “Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra”. Come fare a non pensare alle cose della terra?
 
Una caratteristica di coloro che fanno l’esperienza della risurrezione è quella del correre, abbiamo detto. I nostri genitori ci hanno insegnato una cosa saggia: “guarda dove metti i piedi”. Se non si guarda dove si mettono i piedi si rischia di prendere una storta o addirittura di cadere. D’altra parte però, quando si corre, non si può guardare dove si mettono i piedi: quando si corre si guarda la meta. Fissate le cose di lassù, fissate il vostro sguardo in Cristo! E allora diventerete suoi testimoni, capaci di questa corsa spirituale che non solo ci fa riconoscere Cristo come il vivente, ma noi stessi come viventi. Buona Pasqua a tutti.
(trascrizione da registrazione)
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