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Beato Frate Arsenio - Cattedrale






Care sorelle e fratelli,
 
mi introduco in questa riflessione con qualche cenno alla vicenda biografica di Fra Arsenio da Trigolo. Nato il 13 giugno 1849 a Trigolo, in Cremona, è stato battezzato con i nomi di Giuseppe e Antonio, portando come cognome quello dei Migliavacca. Nel 1874 è stato ordinato sacerdote e destinato come coadiutore in alcune parrocchie della diocesi di Cremona. Nel 1875 - quindi un anno dopo - chiese e ottenne di entrare nella Compagnia di Gesù, i Gesuiti. Dopo varie esperienze formative fu mandato a Venezia. Ad un certo punto, però, la Compagni lo dimise. Fu quindi a Torino, dove venne incaricato dall’Arcivescovo di seguire un gruppo di aspiranti suore: saranno il primo nucleo della nuova congregazione delle Suore di Maria Consolatrice. Da Torino don Giuseppe si porta a Milano per guidare la comunità delle suore ivi residenti. In seguito a varie vicissitudini, entrerà nella comunità dei Frati Cappuccini e dopo l’anno di noviziato, trascorso a Lovere, nella nostra provincia e diocesi di Brescia, prende il nome di Padre Arsenio. Nel 1903 verrà trasferito al convento di Bergamo dove resterà fino al giorno della sua morte, il 10 dicembre 1909.
 
Padre Arsenio sabato 7 ottobre è stato proclamato Beato nel duomo di Milano. In quella circostanza il Cardinale Amato, Prefetto della Congregazione dei Santi, commentava: “Le virtù dell’umiltà e della carità sono le colonne portanti della sua spiritualità. Diceva: l’umiltà ci fa mare i rifiuti, i disprezzati e ci fa tollerare pazientemente le contrarietà. Spesso ripeteva: siate umili, non temete di abbassarvi”.
 
Una prima connotazione di questa storia molto particolare e certamente molto tribolata è rappresentata dalla virtù dell’umiltà evangelica. Una virtù difficile da comprendere ancor prima che da esercitare. Una virtù che gli appartiene: non è semplicemente una condizione in cui si trova, ma è una scelta che egli compie.
 
Una virtù che viene continuamente alimentata da una esperienza ancor più difficile da comprendere e da accettare, quella dell’umiliazione. Il mio parroco mi insegnava che la misura della nostra umiltà la possiamo riscontrare nel modo con cui accogliamo le umiliazioni. Così è avvenuto nell’esistenza del Beato Arsenio e rappresenta un segno connotativo della sua esistenza.
 
Come si può essere felici nell’umiliazione? Come ci si può augurare l’umiliazione?
 
Semplicemente nell’evocare prospettive come queste, istintivamente ma anche comprensibilmente noi esercitiamo una grande resistenza. Noi proclamiamo il Vangelo dell’umiliazione: è questa la buona notizia che portiamo agli uomini e alle donne di ogni tempo a partire dal nostro?
 
La risposta a questa domanda non è semplice. È interessante vedere come il Beato l’ha incarnata nella sua esistenza, ma soprattutto è interessante per noi vedere come Gesù l’ha incarnata nella propria.
 
Come essere umili nell’umiliazione? Come vedere esaltata inaspettatamente, in maniera sconcertante la nostra dignità in un contesto reale di umiliazione?
 
Una ragione che porta il Beato - e che viene sottoposta oggi alla nostra considerazione - a entrare nello spirito di umiltà fino al punto da sottoporsi all’umiliazione è il fatto che Gesù ha vissuto questa esperienza e come Gesù noi vogliamo vivere questa esperienza. Misteriosamente non diminuisce la dignità dell’umiliato, ma piuttosto la esalta in maniera sorprendente.
 
Vivere l’umiliazione nello spirito evangelico significa anche condividere con una consapevolezza che non è solo ideale, la condizione di gran parte dell’umanità che viene quotidianamente umiliata: umiliata nelle vicende più ordinaria e umiliata da quei poteri che sembrano irridere la maggior parte degli uomini che vive in una condizione di mortificazione. Alcuni li accostiamo nelle nostre relazioni, di alcuni ne vediamo il volto e ne conosciamo la storia, ma questi sono un segno di una realtà che al di là di ogni rappresentazione è fortemente connotata dall’umiliazione e addirittura dal disprezzo. Che Dio eviti a ciascuno di noi non la condizione di umiliazione, ma piuttosto di essere attori di umiliazione, di sfruttamento, di disprezzo degli altri.
 
Non possiamo soffermarci troppo attorno a questo tema, peraltro non è l’unica ragione che la testimonianza dell’umiltà del Beato Arsenio ci consegna, perché bisogna ammettere che l’umiliazione fa parte anche di quella verità della vita che è rappresentata dal nostro limite, dalla nostra povertà, a volte clamorosamente svelata e riconosciuta. L’umiliazione a volte è quella stessa che proviamo noi di fronte a noi stessi.
 
Umiliazione è anche quella a cui ci si può esporre in nome del Vangelo e in nome della giustizia. Non poche volte, non raramente espone all’irrisione e al disprezzo.
 
Istintivamente tutto questo ci sembra non esaltante la nostra umanità. Provvidenzialmente scorrendo - anche se merita tutt’altro approfondimento - l’esortazione apostolica di Papa Francesco sulla vocazione universale alla santità si trova un capitolo intero dedicato al tema dell’umiltà e dell’umiliazione come connotati della santità cristiana. Sembrava di leggere il Beato Arsenio.
 
Insieme all’umiltà il Cardinale nella sua omelia evocava la virtù della carità. Non è lontana a quella dell’umiltà: diventa l’esercizio di un amore particolare per gli umili, per i disprezzati, per gli umiliati. La carità abbraccia e connota tutta la nostra vita, assume in coloro che la Chiesa riconosce come Santi un valore eroico. Possiamo dire che accostando la testimonianza del Beato Arsenio noi ci troviamo di fronte all’eroismo della carità esercitata particolarmente nei confronti delle persone umane più fragili.
 
Infine umiltà e carità sono accompagnate da una letizia francescana, declinata comunque insieme alla sua vocazione di Gesuita. Dove sta la gioia in quello che ho ricordato? Dove sta la possibilità di dire: vale la pena vivere una vita così? La sorgente di una gioia in una vita che non sempre immediatamente è fonte di soddisfazione, sta solo in Dio, nella sua maggior gloria. Ad maiorem Dei gloriam diventa la ragione della nostra letizia esercitata nelle condizioni dell’umiltà e attraverso l’esercizio della carità.
 
Care sorelle e fratelli, il Signore ci ha regalato delle bellissime pagine quest’oggi nella quarta domenica di Pasqua, con le quali guardiamo, invochiamo e desideriamo ci ispiri la figura del Beato Arsenio. Abbiamo udito del buon pastore che dà la vita, tutta la vita e tutto della sua vita. Così possiamo immaginare Arsenio da Trigolo.
 
Lo possiamo immaginare anche come quella pietra scartata che Pietro ha evocato nel discorso appena ascoltato, dopo la guarigione del paralitico. Evoca il grande salmo: la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo. Per tante vicende dell’esistenza del Beato, noi possiamo vedere questa immagine della pietra scartata che è capace invece di generare vita.
 
Quella vita che nella lettera di Giovanni ci è riconsegnata nell’immagine dei figli di Dio: fratelli e sorelle, voi siete figli di Dio e lo siete realmente. Nell’affidamento profondo alla volontà di Dio che riconosciamo nell’esperienza cristiana del Beato Arsenio noi possiamo vedere un rapporto di figliolanza fiduciosa nei confronti della paternità di Dio.
 
Ringraziando il Signore che ha fatto dono anche alla nostra diocesi della presenza e poi della morte santa del Beato Arsenio, desidero ancora condividere la mia riconoscenza al Signore con tutti voi, abbracciando in modo speciale le comunità religiose dei Frati Cappuccini e delle Suore di Maria Consolatrice.
(trascrizione da registrazione)
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