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Ordinazione Diaconale - Chiesa Ipogea






Care sorelle e fratelli,
 
caro Glauco,
nel cuore dell’Eucaristia noi invochiamo il Signore che conceda la grazia del sacramento del servizio che prende il nome antico di diaconato. Tutto questo avviene nel contesto di una festa luminosa, come sono luminose le stelle incalcolabili dei santi. Luminosa anche in questo tempo autunnale, perché ci sono ben altre luci che quelle del cielo, che quelle che illuminano le nostre case e le nostre strade, che sono capaci di illuminare le nostre esistenze: i santi sono queste luci con la loro umanità e nello stesso tempo col fatto che quella umanità lascia trasparire la luce di Dio.
 
Abbiamo appena ascoltato la pagina indimenticabile del Vangelo delle beatitudini: la scansione che Gesù consegna ai suoi discepoli della beatitudine. Papa Francesco più di una volta ha ricordato ai cristiani che le beatitudini sono la “magna charta” della santità. Se uno vuol chiedere: come è che si può diventare santi? In che cosa consiste nella pratica della vita questa santità? La risposta è: guarda le beatitudini, leggi le beatitudini, pratica le beatitudini.
 
Nella sua ultima lettera, proprio sulla santità, il Papa scrive: “Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi e lo ha fatto quando ci ha lasciato le beatitudini. Esse sono come la carta d’identità del cristiano”.
 
Noi possiamo riconoscere le beatitudini tutte insieme soltanto nella persona di Gesù. I santi ne rappresentano un tratto e questo tratto la Chiesa ci insegna che può risplendere anche sul nostro volto. L’insieme di tutti questi tratti risplende nel volto di Gesù.
 
Gesù riassume tutte le beatitudini in quella del servizio.
 
Tra santità e servizio c’è un intenso rapporto che scaturisce dal fatto che Gesù, l’interprete delle beatitudini, ha raccolto e sintetizzato, tutta quanta questa carta di identità della santità del discepolo nella scelta del servizio: “non sono venuto a farmi servire ma a servire e a dare la mia vita in riscatto per voi”.
 
Egli che ci ha portato il lieto annuncio del vangelo si è fatto nostro servo. Un antico padre della Chiesa, un maestro diceva: “Si è fatto diacono di tutti”.
 
Il contrassegno della possibilità che noi abbiamo di ispirare credibilità all’annuncio del Vangelo, proprio secondo Gesù, parte da questa libera scelta. Noi non serviamo perché siamo costretti a servire, ma perché scegliamo di servire come ha fatto Gesù.
 
C’è qualcosa di sorprendente in tutto questo nel momento in cui ogni discepolo, ogni cristiano, ogni battezzato, è chiamato se vuol essere fedele al vangelo a ispirare la sua vita al criterio del servizio.
 
Per un istante provate a pensare come la vostra esistenza si ispira a questo criterio. Credo che siamo di fronte a una meraviglia.
 
C’è sempre la tentazione di essere i padroni: se non possiamo essere i padroni di uno stato, se non possiamo essere i padroni di una banca, se non possiamo essere padroni di un’azienda, se non possiamo essere padroni nemmeno della nostra casa, almeno che siamo padroni della nostra vita.
 
Eppure diventare servitori come Gesù significa rinunciare a essere i padroni della nostra vita perché liberamente ne facciamo un dono.
 
Non rinunciamo ad essere i padroni della nostra vita perché diventiamo degli schiavi, anzi succede spesso che la vita sia sotto il segno del paradosso: proprio nel momento in cui ci sembra che la realizzazione della nostra vita consista nel fatto di esserne i padroni, avvertiamo che alla fine siamo proprio degli schiavi. Soltanto chi liberamente dona la propria vita e ne fa un servizio per gli altri scopre il gusto di una libertà che niente altro potrà concedere.
 
La tentazione del potere e del possesso è in agguato in tutti. A volte si manifesta in tantissimi modi, qualche volta anche nel momento in cui esercitiamo un servizio. Questo è il “mio” servizio, qui non mi può sostituire nessuno, guai a chi tocca questo che sto facendo io, che da tanti anni svolgo io… Gratuitamente, con zelo infinito, ma con la mentalità del padrone.
 
Penso che nella vostra vita ci sia una infinità di gesti di servizio che possiamo proprio ricondurre al vangelo: mamme, papà, donne e uomini, lavoratori, persone impegnate nei confronti dell’organizzazione della vita sociale che oggi richiede tante forme di servizio, ma soprattutto uno spirito di servizio.
 
Care sorelle e fratelli, vedendo i vostri volti è come se io vedessi trasparire proprio quei gesti. È il vangelo fatto vita. Non abbiate paura di quei gesti. Non esibiteli perché questo non è proprio del servizio, ma nello stesso tempo custoditeli come tesoro della vostra vita, felici.
 
C’è anche un aspetto molto umano in tutto questo e qualche giorno fa lo dicevo ai giovani: ho incontrato una persona che di colpo è stata messa da parte e mi diceva “non servo più a nessuno, non servo più a niente”. Non servo. Sono uno scarto. Servire vuol dire quindi anche percepire la bellezza di una utilità, eppure nemmeno questa soddisfazione è la quintessenza del servizio.
 
La nostra esistenza limitata e a volte modesta diventi ragione di vita, speranza di vita, possibilità di vita per altri. Mi accorgo così che vivo anch’io. Vivo felice. Questo è servire.
 
Come si fa a trasmettere la fede ai giovani? C’è qualche gusto a essere credenti? In fondo, che gusto c’è a servire?
 
È questo il gusto: che dal mio modesto servizio, a volte nemmeno riconosciuto, ne nasce altra vita, ne nasce una speranza di vita, ne nasce una possibilità di vita. A volte minuscola, ma è vangelo: è il suo stile, è la sua misura.
 
Tutto questo noi stasera è come se lo vedessimo confluire in una persona sola.
 
Glauco può sopportare tutto questo? No, non può. Infatti è una grazia. E per sopportare una grazia occorre un’altra grazia. È tutto grazia, caro Glauco.
 
Che cosa farà? Sarà il migliore nel servizio perché oggi diventa diacono? No. Ognuno incarna una sua esistenza cristiana con ombre e luci, con momenti esaltanti e momenti umilianti. Nella comprensione del Vangelo, il cristiano assume lo stile del servizio. In questo orizzonte Glauco stasera riceve la grazia del sacramento, cioè tutta la sua esistenza, il suo DNA, viene contrassegnato da questo gene che non si può vedere al microscopio ma che è reale e realizzante: è grazia.
 
Lui diventa diacono e con la grazia del Signore tra qualche tempo diventerà prete. Ma per diventare presbitero bisogna essere diacono. Il giorno che diventerà prete non è che smetterà di essere diacono, anzi. Per essere prete devi essere prima di tutto diacono, servitore. Mai dimenticarlo.
 
Se appena appena nella vita di un prete o di un vescovo appare che il desiderio di occupare un posto, di sentirsi arrivati, di esercitare un potere è quello che corrisponde al tuo intimo desiderio, vuol dire che stai confondendo tutto. Perché tu prima di tutto sei diacono.
 
Invochiamo la grazia dello Spirito su Glauco, perché ciò che lui in mezzo a noi - unico quest’anno - è chiamato a incarnare nella sua vita, rappresenti quello che è chiesto a tutti.
(trascrizione da registrazione)
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