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Messa di ringraziamento per la canonizzazione di San Francesco Spinelli - Cattedrale






Care sorelle e fratelli,
 
molti di voi conoscono la storia, la spiritualità, le opere di don Francesco Spinelli. Questo sacerdote nato a Milano da genitori bergamaschi, il cui iter formativo avviene nei suoi momenti culminanti a Bergamo fino all’ordinazione sacerdotale, che per altro curiosamente dovrà essere ripetuta perché il Vescovo dubita che la prima sia valida, usando poi quell’espressione che diventerà poi programmatica della sua esistenza: “Sei stato ordinato due volte, dovrai essere doppiamente santo”. Un cammino di fede condiviso con i suoi cari nella parrocchia di Sant’Alessandro in Colonna intrecciando la sua esistenza con quella del Beato don Luigi Palazzolo. La sua vita sacerdotale poi troverà una espressione intensissima nel rapporto tra l’adorazione del mistero dell’Eucaristia e la dedizione ai poveri. A partire da un’esperienza mistica particolarissima davanti alla reliquia della mangiatoia di Betlemme in Santa Maria Maggiore a Roma, avrà la visione - che poi diventerà realtà - del dare vita a una comunità di persone consacrate che interpretassero la dinamica di rapporto tra Eucaristia e Carità.
 
Oggi noi lodiamo il Signore perché Papa Francesco il 14 ottobre ha riconosciuto davanti alla Chiesa universale la santità di questo prete, proclamandolo santo, insieme ad altri sei, donne e uomini, tra cui vogliamo ricordare il vescovo martire Romero e Papa Paolo VI.
 
Un’intensità di sentimento e una gioia che diventa riconoscenza in tutti coloro che hanno potuto incontrare la santità di don Francesco Spinelli. Questa sera io voglio esprimere questa riconoscenza al Signore da parte di tutta la nostra comunità diocesana e a voi, care sorelle, che nelle diverse comunità delle Adoratrici e delle Sacramentine avete raccolto la grande testimonianza di questo santo.
 
Vorrei che le mie parole fossero innanzitutto caratterizzate con quelle con cui Papa Francesco ha accompagnato la canonizzazione di Francesco Spinelli e degli altri nuovi santi. Diceva quella domenica: “Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto. Dà un amore totale e chiede un cuore indiviso”.
 
Certamente mentre il Papa diceva questo, noi guardavamo gli stendardi e riconoscevamo in tutti e setti i santi queste caratteristiche, ma avvicinandomi sempre di più alla figura di San Francesco Spinelli mi rendo conto che per lui queste parole non solo erano vita ma sono state proprio il programma della vita.
 
Continuando con la riflessione del Santo Padre: “Egli dà tutto e chiede tutto. Dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Anche oggi si dà a noi come pane vivo di cui abbiamo udito nel Vangelo. Possiamo dargli in cambio soltanto delle briciole? A lui fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto o regola; a lui che ci offre la vita eterna - come abbiamo udito - non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una percentuale d’amore: non possiamo amarlo al 20, al 50, al 60 per cento. O tutto, o niente”.
 
Cari fratelli e sorelle, queste parole non sono solo per i santi, per riconoscere la loro santità e nemmeno solo per le persone consacrate, ma sono indirizzate al cuore e alla coscienza di ogni cristiano. In Cristo noi non perdiamo nulla, guadagniamo tutto.
 
Noi a volte abbiamo paura di Cristo. Abbiamo paura delle esigenze di Cristo. Abbiamo quasi paura dell’amore di Cristo che accomodiamo a nostro modo. Questa totalità della nostra vita nel Signore ci permette invece di abbracciare ogni minuscola particella della nostra esistenza e tanto più quelle parti che sono decisive e importanti, soprattutto quando sono rappresentate da persone.
 
Alla luce di tutto questo, mi soffermo su quella declinazione del rapporto tra Eucaristia e Carità che prende il nome di “amore eucaristico”.
 
L’amore del cristiano, come l’amore di Cristo, è un amore eucaristico.
 
Questa espressione significa innanzitutto che noi riconosciamo che prima di amare siamo amati. È un esercizio che dobbiamo continuamente riproporci. La nostra spiritualità, intesa proprio come rappresentazione della fede, è fortemente connotata da un amore che si fa dono, ma il rischio è di perdere la sorgente dei connotati dell’esperienza cristiana che innanzitutto è grazia.
 
Non solo la prima volta, ma continuamente è così. Io amo e posso amare e posso amare come Cristo nella misura in cui io attingo a questo amore.
 
Spesso si sente dire: “l’importante è amare”. Care sorelle e fratelli, l’importante è riconoscere il dono di Dio, lasciarci anticipare da questo dono, meravigliarci fino all’estenuazione da questo dono e per questo dono.
 
L’amore eucaristico allora sarà innanzitutto un amore riconoscente. L’amore costa, ma noi siamo chiamati a dare testimonianza della bellezza e del senso dell’amore. Il Vangelo di questa domenica predica il più grande comandamento. Nella vicenda cristiana “il comandamento” diventa una sorgente.
 
Stiamo vivendo ancora l’eco del Sinodo dei giovani e cerchiamo di porci la questione: “come testimoniare alle giovani generazioni il Vangelo di Cristo?”. La risposta la troviamo a partire proprio da queste dinamiche: la sorpresa per il dono dell’amore di Dio che si è manifestato in Cristo e che trova in quel pane eucaristico il suo segno più intenso, espressivo, comunicativo.
 
È una risposta riconoscente: è una risposta libera, non fatta semplicemente di un’estemporanea sensazione, ma di una riconoscenza che continuamente si alimenta al dono riconosciuto.
 
Care sorelle e fratelli, in questi giorni sulla gran parte dei giornali è apparsa la fotografia di una bambina di sette anni morta di fame nella guerra dello Yemen. Si chiamava Amal Hussain e il mondo si è commosso. Una commozione che a volte rischia l’ipocrisia.
 
Riconoscere il dono, rispondere al dono con un amore riconoscente, concretamente diventa riconoscere nel volto delle persone e delle persone nella loro debolezza, nella loro povertà, nella loro umiliazione il volto di Cristo. Il volto di quella bimba è il volto di Cristo.
 
La polarizzazione commossa intorno al volto di quella bambina ci deve fare alzare gli occhi sul volto di chi ci sta accanto, per riconoscere - a partire proprio da lì - il volto di Cristo. Questo è amore eucaristico.
 
La carità diventa testimonianza della verità eucaristica. Noi professiamo la fede nell’Eucaristia. Voi in modo speciale alla luce del carisma particolare di San Francesco Spinelli. Noi adoriamo l’Eucaristia. Tutto questo si trasforma in una carità che rende credibile agli occhi degli uomini quella verità eucaristica che noi professiamo.
 
La carità eucaristica è un prolungamento dell’incarnazione, quella che don Francesco Spinelli ha riconosciuto così intensamente nella mangiatoia di Betlemme e che è diventata criterio ispiratore della declinazione di Eucaristia e Carità.
 
È quella “carne di Cristo” che continuamente Papa Francesco ci ripropone perché la tocchiamo, perché la accarezziamo, perché la consoliamo, perché la guariamo.
 
Care sorelle è la vostra vita. Attraverso la vostra vita noi tutti vogliamo ripensare la nostra.
 
La carità eucaristica non finisce mai, come non finisce mai quella sorgente inesauribile che è il pane di vita che è Cristo stesso, che noi adoriamo e riceviamo nell’Eucaristia.
 
Tra qualche istante, nella preghiera liturgica di ringraziamento che è il prefazio, ci esprimeremo con queste parole: “Con la potenza del tuo spirito tu plasmi nei tuoi figli l’immagine viva del Cristo e accendi in essi la fiamma della carità. In questo fuoco sempre acceso tu hai forgiato il cuore umile e obbediente di san Francesco Spinelli. Egli adorando giorno e notte il sacramento dell’amore, animato da affetto fraterno verso gli umili e i piccoli, si lasciò conformare al tuo figlio Gesù Cristo nostro Signore”.
 
Per questo noi benediciamo il Signore e chiediamo che per intercessione del sacerdote Francesco Spinelli la nostra vita si ispiri a quella sua che è diventata talmente intensa da farlo proclamare, agli occhi del mondo, santo.
(trascrizione da registrazione)
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