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Solennità dell'Immacolata Concezione - Basilica di Santa Maria Maggiore






 
Care sorelle e fratelli,
la parola del Signore che abbiamo ascoltato nelle tre pagine della Sacra Scrittura è di grande intensità. Siamo stati messi ancora una volta di fronte al Vangelo, all’annuncio, alla narrazione affascinante dell’annunciazione. Una pagina così ricca capace di toccare non solo l’immaginazione, ma i sentimenti e di sollevare le domande più profonde quelle che segnano la storia fin dalla pagina del peccato originale nel libro primo della Genesi con le conseguenze inquietanti di questa scelta dell’uomo.
 
Nel momento in cui apriamo non solo le orecchie, ma anche il cuore a queste parole, senza grandi difficoltà possiamo riconoscere in noi pensieri che si rinnovano alla luce della situazione che stiamo vivendo personalmente e comunitariamente.
 
C’è una condizione caratterizzata da una fatica a credere che sembra maggiore rispetto ad altri tempi. Una fatica a credere che è alimentata da un sentimento interiore che sembra raccogliere come una specie di crogiolo altri sentimenti, altre riflessioni, altri pensieri: si tratta per molti - credenti e non solo - del sentimento della confusione.
 
L’accavallarsi di sentimenti diversi, di possibilità diverse, di esperienze molteplici nostre e altrui, sembra produrre come frutto una confusione interiore che rende più difficile credere.
 
La fatica di credere è alimentata anche dalla tentazione. La tentazione fondamentale ha a che fare con la fede: come abbiamo udito, viene dal diavolo, da colui che vuole separarci da Dio e a volte ci divide anche in noi stessi. La tentazione viene dalla realtà, che molto spesso ci si prospetta come sfida. La tentazione viene anche da Dio: noi siamo stati introdotti alla preghiera che Gesù ci ha insegnato proprio con queste parole “non indurci in tentazione”. Tra poco cambieremo in “non abbandonarci alla tentazione”. C’è dunque la tentazione del diavolo, la tentazione della realtà e la tentazione di Dio.
 
La tentazione del diavolo insinua la sfiducia in Dio: la parola di Dio non è per la tua felicità! È la grande insinuazione, è il serpente che si insinua nella coscienza non solo di Adamo e Eva, ma di ogni persona umana. La sua parola non è per la tua gioia, solo emancipandoti da Dio tu potrai essere come lui: è una tentazione che si manifesta in mille modi e attraversa ogni tempo.
 
La tentazione della realtà è quella a cui anche Maria è sottoposta: tu mi annunci la nascita di un bimbo da me… ma come è possibile? Quante volte anche noi di fronte alla parola del Vangelo, o di fronte a quella fede che pure nutriamo, siamo tentati di dire: ma come è possibile?
 
La tentazione che viene da Dio, infine. Potremmo spiegare la traduzione “non indurci in tentazione, non abbandonarci alla tentazione” con queste parole: non sottoporci a una prova così grande da farci perdere la fede in te. È quella prova che farà dire a Gesù sotto la croce: perché mi hai abbandonato? Quella prova che fa dire alla preghiera dei salmi: mi sono compagne solo le tenebre.
 
La fatica a credere diventa per molti rifiuto a credere. Una scelta consapevole che sembra diventare sempre più ampia nel nostro mondo occidentale, fino ad attraversare anche la coscienza delle persone più giovani. È la scelta di non credere, di non credere in Dio.
 
Per altri la fatica a credere diventa rinuncia a credere. Non c’è un rifiuto o una scelta, ma una resa: non riesco a credere.
 
Per alcuni ancora la fatica di credere diventa la deformazione della fede. Stiamo assistendo ad un uso strumentale della fede, del cristianesimo. È l’usare il vangelo o i simboli religiosi per fini che sono tutt’altro che quelli della fede.
 
Finalmente, la fatica di credere per tanti - forse anche per noi - diventa umiltà. Credo che questa sia proprio la via per portare la fatica del credere con una interiore gioia e una interiore speranza, come Maria. Lei è la quintessenza di questa umiltà. Non è l’umiltà della persona che si nasconde, o che sottovaluta le sue capacità, o che non vuole esporsi, o che non si prende responsabilità. È l’umiltà che fa della fede la sua ragione di vita: una ragione pervasiva. L’affidamento a Dio assume i tratti dell’umiltà, dell’umiltà che è grazia, gentilezza, bellezza, mitezza. Questo è il modo forte - proprio perché umile - di credere.
 
Cari fratelli e sorelle, la celebrazione dell’Immacolata Concezione è proprio la celebrazione del dono che ci meraviglia. Maria stessa è sorpresa dal dono: “rimase turbata a quel saluto”. Chi sono io? Come è possibile? Questa umiltà di credere si accompagna alla possibilità di sperimentare la forza generativa del dono.
 
È il dono la vera sorpresa. Il dono non è la formula magica per risolvere tutti i problemi, ma è piuttosto una porta attraverso la quale possiamo inoltrarci per non rassegnarci a quella confusione che a volte attraversa il nostro spirito.
 
L’esperienza del dono e della sua accoglienza meravigliata la possiamo vivere da Dio e in quanto ci giunge in mille e a volte minuscole esperienze umane. Da lì nasce una risurrezione, una rigenerazione.
 
Questa umiltà del credere ha a che fare con la verità degli inizi: tra poco celebreremo il Natale del Signore, abbiamo udito oggi la pagina dell’annunciazione che ci riconsegnano la meraviglia, la delicatezza, l’importanza degli inizi. Il proverbio dice “chi ben inizia è a metà dell’opera”. È vera questa saggezza. Pensiamo all’importanza dell’intenzione: sta all’inizio di un’opera, di una decisione, di un nostro modo di fare. Quanto dipende dalle nostre intenzioni!
 
Quanto dipende dall’intenzione di Dio! Un’intenzione buona nei confronti degli uomini.
 
Si dice che il mondo è pieno di buone intenzioni, quasi svalutando questo principio. E così rischia di diventare sterile.
 
Sempre e comunque, l’intenzione del cuore è decisiva.
 
Tutto questo lo vogliamo vivere con l’umiltà del credere che ci rende forti paradossamente, anche nella tribolazione. La fede è esposta alla lotta: il bene e il male, il peccato e la grazia sono duelli che sono stati vinti in Gesù ma continuamente ripropongono la loro tensione nella vita di ciascuno di noi e nella storia del mondo. Non siamo degli ingenui, non siamo della gente che con leggerezza inconsapevole attraversa le vicende della vita delle famiglie, delle comunità, delle nazioni. Siamo consapevoli della lotta necessaria che investe innanzitutto noi in quella tribolazione inevitabile nella quale ci veniamo a trovare personalmente, comunitariamente, socialmente. A volte diventa un’autentica devastazione anche nella società e nella Chiesa. La Sacra Scrittura ci ha parlato di un radere al suolo tutti i rapporti: la pagina della Genesi ci ha raccontato il venir meno di ogni rapporto fiduciale. Eppure noi stiamo nella lotta, nella tribolazione, nella devastazione con questa intima fiducia che si connota proprio come l’umiltà del credere.
 
È l’umiltà della Vergine Maria. In lei sappiamo che Dio trova sempre un grembo, nel quale l’azione dello Spirito Santo è capace di rigenerare la vita di Cristo e la speranza del mondo. Che quel grembo possa essere quello della nostra umile fede. Che quel grembo possa essere quello della Chiesa. Che quel grembo possa essere quello di tanti uomini e donne che si dispongono - a volte inconsapevoli e sorpresi - a ricevere la grazia e la bellezza del Vangelo e a generare speranza per l’umanità.
(trascrizione da registrazione)
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