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S. Natale - Pontificale - Cattedrale






Care sorelle e fratelli,
 
abbiamo ascoltato l’inizio del Vangelo di Giovanni e lo possiamo in qualche modo paragonare all’ouverture di un’opera. L’ouverture è quella sinfonia che viene eseguita prima che il sipario di apra e prima che la vicenda prenda corpo attraverso eventi, dialoghi, personaggi. Nell’ouverture è come se noi potessimo già assaporare quanto poi l’opera dispiegherà nel suo svolgimento. Così è del cosiddetto “prologo di San Giovanni”, esattamente la pagina di Vangelo che abbiamo appena ascoltato.
 
È una pagina che non ci narra della vita di Gesù, come avverrà nel corso del Vangelo di Giovanni dove ascolteremo i dialoghi di Gesù, oltre che essere messi compartecipi delle opere della sua vita. Nel prologo noi possiamo riconoscere la fede dei cristiani in Gesù. È una specie di grande inno che la prima comunità innalza per proclamare la sua fede. In questo inno, come in una sinfonia, vengono raccolti tanti aspetti e temi dell’esistenza di Gesù.
 
Vorrei condividere con voi alcuni passaggi di questo inno.
 
Innanzitutto ci ricorda che colui che è nato viene da Dio, è Dio: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio”. Questo è l’incipit. È un attacco che immediatamente ci scuote e ci provoca: celebrare il Natale di Gesù raccoglie molti sentimenti buoni, ma questa ricchezza non ci deve far dimenticare la verità del Natale. Non celebriamo semplicemente quel mistero-miracolo-meraviglia che è la nascita di ogni essere umano, ma nel Natale noi riconosciamo che Dio stesso nasce in mezzo a noi. Sono parole che nel momento in cui vengono prese seriamente da un verso alimentano la fede di chi crede, ma provocano anche la fatica a credere, per molti anche l’incredulità: è mai possibile che Dio - quello che abbiamo imparato a immaginare come l’Assoluto - diventi un uomo? come possiamo concepire una cosa di questo genere? come possiamo non scivolare in quelli che consideriamo miti che l’umanità si è creata per darsi ragione dell’esistenza di Dio, così da illuminare il futuro?
 
Colui che nasce viene da Dio ed è Dio. I sentimenti che vengono sollecitati da questa solenne affermazione sono quelli dello stupore e del pudore.
 
Lo stupore. Immaginare e credere che Dio sia nato per noi come nasce ogni essere umano, al di là di ogni mito, al di là di ogni narrazione, per chi ha fede diventa sorgente di un inesauribile stupore.
 
Care sorelle e fratelli, per quello che siamo - la nostra storia, il nostro carattere, la nostra personalità - nella misura in cui crediamo, dovremmo rappresentare questo stupore davanti agli uomini.
 
Nello stesso tempo però c’è il pudore. È la consapevolezza che siamo di fronte a qualcosa che ci supera infinitamente. Le nostre parole possono solo riecheggiare pallidamente questo grande mistero donato, ma io per primo devo avere pudore, cioè la consapevolezza che ciò che sto dicendo mi supera infinitamente.
 
A volte abbiamo l’impressione o di essere troppo certi al punto tale che la fede appare scontata agli occhi di chi ci avvicina, o di essere troppo incerti al punto tale da diventare insignificanti pur dicendoci cristiani.
 
Continua questa ouverture, questa sinfonia, questo inno giovanneo dicendoci che colui che è nato è la luce del mondo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”.
 
È importante la luce. Soffriamo l’oscurità. L’oscurità ci intimorisce, anche se per qualcuno è il luogo ideale per coprirsi, per nascondersi, per sottrarsi. Dobbiamo però ammettere che tutti attendiamo una luce, una luce che non si spenga, perché di luci ce ne sono di tutti i tipi: viviamo in una società che è illuminata all’inverosimile come mai è stato nella storia dell’umanità. Eppure è come se queste luci - invece che rassicurarci come dovrebbero - ci inquietino. Ci inquietano perché si spengono e a volte non sappiamo quando e come. E non si tratta solo delle luci delle nostre strade, ma di quelle che consideriamo luci per la nostra vita. Noi attendiamo una luce che non si spegne.
 
Abbiamo attribuito l’immagine della luce a tante delle conquiste umane. Di fatto sono luce, ma sembra che poi vengano superate da altre luci che si accendono. E poi altre si spengono, un po’ come le lampade di Natale a intermittenza. Noi abbiamo bisogno di una luce che non si spegne e che è capace di accendere altre luci.
 
La luce di Cristo è capace di accendere anche la piccola luce della nostra esistenza.
 
Se possiamo in qualche modo brillare, lo facciamo perché siamo accesi dalla luce di Cristo. Una luce che non si spegne, che ci rende donne e uomini luce, mai abbaglianti, ma illuminanti.
 
L’inno giovanneo ancora ci dice che colui che è nato è il tutto fatto uomo: “Il Verbo di fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Il Verbo è il tutto di Dio. “Si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria: gloria del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. L’umanità di Gesù - che noi in questi giorni con rinnovato sguardo contempliamo - ci rivela il tutto di Dio.
 
Questo è lo stupore e la provocazione del Natale. Dio nessuno l’ha mai visto: Gesù ci rivela il tutto di Dio. E sorpresa ancor più grande: rivelandoci il tutto di Dio, ci rivela il tutto che siamo noi uomini. Rivela tutto di noi stessi. Rivela il meglio dell’uomo: la nostra intelligenza, la nostra libertà, la nostra capacità di amare.
 
Dio rivela nella persona di Gesù il tutto dell’uomo e allora raccogliamo questo appello: facciamo come Dio, diventiamo uomini! diventiamo persone umane! Se Gesù ci rivela il tutto di Dio e anche il tutto dell’uomo, allora facciamo come lui, diventiamo sempre più intensamente, sempre più integralmente, sempre più profondamente umani.
 
C’è ancora qualcosa di più grande in questo inno, quando ci dice che questo non è soltanto un insegnamento, non è soltanto un pensiero o una filosofia o l’indicazione di un modo di vivere: “Dalla sua pienezza (dal suo tutto) noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Quello che vi sto dicendo non è semplicemente il pensiero dei cristiani e il loro modo di credere in Dio o di pensare alla vita, ma l’annuncio del Vangelo ci consegna che questo è possibile: è possibile proprio dentro la nostra vicenda umana che ha pur sempre i tratti della modestia, dell’incarnazione. Proprio però nelle nostre persone viene comunicata e donata la vita di Dio.
 
Ciò che dà la vita può essere soltanto donato e accolto. Non c’è ricchezza che possa comprare ciò che dà la vita. Ciò che dà la vita è una grazia, sempre. È la grazia inesauribile di Dio che si è manifestata in Gesù, è la grazia e il dono che possiamo farci gli uni gli altri. È il dono che dà la vita. Niente altro.
 
Cari fratelli e sorelle, l’inno di Giovanni ci mette veramente di fronte a questo spiegamento della bontà e della grazia di Dio che riconosciamo nel gesto umanissimo della nascita di un bambino. “Dio - come conclude Giovanni - nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito che è Dio e che è nel seno del Padre lui ce l’ha rivelato”.
(trascrizione da registrazione)
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