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Presentazione del Signore - Giornata della vita consacrata - Cattedrale






Care sorelle e cari fratelli,
con la presentazione di Gesù al tempio si completa il ciclo natalizio in cui abbiamo considerato nella fede il mistero di Dio fatto uomo. Lo si completa con l’immagine della presentazione di Gesù al tempio, cioè di colui che viene consacrato a Dio e nello stesso è il consacrato di Dio. Proprio come siete voi: consacrate e consacrati a Dio, consacrati e consacrati di Dio.
 
Questo avviene in un contesto che è segnato dalla fede del popolo. Abbiamo udito che Gesù viene presentato al tempio secondo la legge di Mosé. Nell’ufficio delle letture la liturgia oggi ci fa leggere come dopo la grande esperienza dell’Esodo, Dio comanda a Mosé questo precetto: “ogni figlio primogenito venga consacrato al Signore”. Così avviene anche di Gesù. Vorrei che cogliessimo non semplicemente il provvidenziale adempimento di una legge, ma piuttosto la fede con cui questo precetto viene compiuto. Non si tratta soltanto della fede di Maria e Giuseppe, ma della fede dell’intero popolo del Signore che, custodendo i suoi precetti, continua ad alimentare la fede stessa.
 
Il dono della vita consacrata va considerato nel contesto di quel popolo di Dio che è la Chiesa nella sua interezza. La vita consacrata nasce nella Chiesa e nello stesso tempo alimenta la vita di tutta la Chiesa. Nasce dalla fede di questo nuovo popolo di Dio e nutre la fede del popolo di Dio nella sua interezza.
 
Ancora una volta, in questa circostanza, noi vogliamo ricordare a noi stessi e a tutta la Chiesa che la vita consacrata le è essenziale. Come, nello stesso tempo, ricordiamo a noi stessi che la Chiesa è decisiva per la vita consacrata.
 
Questo rapporto assume un respiro universale che abbraccia la Chiesa in ogni angolo del mondo. Nello stesso tempo questo rapporto disegna tratti del volto della Chiesa locale. Quindi, se la vostra vita consacrata appartiene alla Chiesa universale, ugualmente ciascuna e ciascuno di voi - con le vostre comunità e i vostri istituti - contribuisce a delineare il volto della nostra diocesi di Bergamo.
 
In questo orizzonte assume significato profondo il legame con il Vescovo e la sua responsabilità pastorale nel valorizzare i particolari carismi che le diverse forme e comunità di vita consacrata continuano ad incarnare.
 
Debbo confessare che mi sento sempre in debito con voi e con tutte le vostre comunità.
 
Alla luce di questo legame, vorrei condividere con voi tre prospettive.
 
La prima è quella dettata dalla lettera pastorale che ho scritto per questo anno: “uno sguardo che genera”. Ho cercato di condividere con tutta la comunità cristiana la consapevolezza di quanto la dimensione vocazionale della vita sia decisiva per ogni persona umana, credente o non credente. Nello stesso tempo, deve essere riconosciuta particolarmente da ogni battezzato e testimoniata singolarmente e nelle comunità.
 
Cari fratelli e sorelle, la nostra Chiesa diocesana ha bisogno della vostra testimonianza vocazionale. La testimonianza vocazione non assume semplicemente, anche se profondamente, i tratti del vostro carisma specifico, ma diventa testimonianza della dimensione vocazione della vita di ogni persona umana. Siamo e siate testimoni che la vita di ogni persona si compie soltanto in una relazione che diventa appello esistenziale, perché la vocazione consiste nel volto di un altro, nel volto dell’altro e finalmente nel volto di Dio che diventa concretamente un appello alla libertà di ciascuno di noi.
 
Il “perché vivo?” - domanda per altro sempre più dimenticata - diventa comunque il “per chi vivo?”. Di questo noi vorremmo essere testimoni. Alla domanda sul senso della vita non si risponde semplicemente con un’idea, ma con la relazione decisiva con una persona.
 
Questo è quello che chiedo a ciascuno e a ciascuna di voi e a tutte le vostre comunità.
 
La seconda condivisione è rappresentata dal cammino che la nostra diocesi ha intrapreso e che tutti e tutte voi avete imparato a conoscere con il nome di “comunità ecclesiali territoriali”. Qualche volta, sempre con grande delicatezza, mi è stato fatto osservare che questo processo non vede intensamente protagonisti consacrate e consacrati. Per me, questo processo non può essere vitale senza quell’humus, quella terra feconda, che è rappresentata dalla vita delle nostre comunità parrocchiali e di ogni comunità religiosa. Le comunità ecclesiali territoriali diventerebbero un’operazione puramente astratta, intellettuale, di tecnica pastorale, se non fossero continuamente alimentate dalla vita quotidiana delle comunità dei credenti, quindi le parrocchie e tutte le comunità di vita consacrata.
 
Se il compito delle comunità ecclesiali territoriali è quello di coniugare intensamente il Vangelo con quelle che abbiamo chiamato “le terre esistenziali”, le vostre comunità tutte sono testimoni di questo rapporto profondo: educazione, malattia, famiglia, fragilità, giovani, memoria, dedizione, fraternità. Sono tutte dimensioni che esprimete concretamente attraverso la vostra consacrazione e i vostri carismi. Le opere educative, sanitarie, caritative, la presenza nelle parrocchie, la stessa dimensione contemplativa - e qui ricordiamo tutti i nostri monasteri - sono connotate da competenze, esperienze, carismi. Vi chiedo che questa ricchezza enorme che diventa veramente terreno fertile per le comunità ecclesiali territoriali sia soprattutto caratterizzata dalla vostra testimonianza che conduce a Dio.
 
Non bastano le opere. Le nostre opere non devono rispondere soltanto a bisogni fondamentali della persona umana. Attraverso queste risposte noi vogliamo essere singolarmente e comunitariamente testimoni dell’amore infinito di Dio che abbraccia ogni aspetto della vita umana.
 
Il dono che la vita consacrata offre a una Chiesa che intende ricominciare dalla vita, è proprio il dono non solo di opere di vita, ma di una testimonianza di fede che attraverso la vostra consacrazione continuamente le sostiene.
 
Infine, vorrei - come terza dimensione - affidarvi un segno particolare: la comunione nelle comunità, negli istituti e la comunione tra comunità e tra istituti.
 
Le difficoltà che affrontiamo, la contrazione numerica, l’invecchiamento, la sostenibilità delle opere e dei servizi non alimentino la tentazione di chiudersi e di ripiegarsi, che affligge anche le altre comunità, come le parrocchie. Sono dinamiche inesorabilmente mortali. La comunione e la missione sono le dinamiche generative.
 
Non si tratta semplicemente di unire le forze, ma di testimoniare una fraterna comunione in un mondo che la desidera e nello stesso tempo la smentisce con le divisioni e gli isolamenti sempre più profondi. Quello che sembra diventato uno slogan, costruiamo ponti e non muri, è una prospettiva vitale anche per noi.
 
Care sorelle e cari fratelli, lasciamo attrarre ogni giorno la nostra vita dall’amore di cristo e così questa nostra vita consacrata sarà capace sicuramente di attrarre a lui.
 
Nell’omelia in occasione della canonizzazione di cinque santi, tra cui San Paolo VI Papa e San Francesco Spinelli, Papa Francesco diceva: “Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto. Dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Gesù non si accontenta di una percentuale di amore, non possiamo amarlo al 20, al 50 o al 60 per cento. O tutto, o niente”. 
(trascrizione da registrazione)
 
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