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S. Giuseppe Lavoratore - S. Pellegrino-Centrale Elettrica






Care sorelle e fratelli,
 
è veramente un ambiente particolare quello in cui stiamo celebrando questa Eucaristia e questa particolarità mi auguro possa favorire una preghiera intensa.
 
Una preghiera che diventa benedizione. L’Eucaristia è innanzitutto una benedizione a Dio: tra qualche istante diremo nella liturgia “benedetto sei tu, Signore, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane e questo vino, frutto della terra e del lavoro dell’uomo”.
 
Una preghiera che diventa anche invocazione. Prego per tutti voi, per le vostre famiglie, ma in questa Eucaristia desidero presentare al Signore la preghiera per tutti coloro che lavorano in questo luogo, in questo paese, in questa valle, nella nostra provincia, nella nostra diocesi. In questa giornata a livello cittadino e nazionale ci sono manifestazioni che rappresentano i lavoratori; noi vogliamo pregare per tutti coloro che lavorano.
 
Vogliamo invocare il Signore anche per tutti coloro che non lavorano e sperimentano la precarietà.
 
Vogliamo invocare il Signore per tutti coloro che in incidenti nel loro lavoro sono rimasti invalidi.
 
Una preghiera che diventa suffragio per tutti coloro che sono morti sul lavoro, nel lavoro, a causa del lavoro. Sappiamo che è un numero impressionante, che si allarga nella sofferenza alle famiglie coinvolte. Un numero impressionante che non può non interrogarci sulle condizioni complessive in cui ancora oggi - e soprattutto oggi - si lavora.
 
La preghiera allarga gli orizzonti ed il cuore. Mi auguro che sia evidente per coloro che credono e possa diventare una domanda per coloro che non credono. Perché pregare?
 
Nella preghiera gli occhi si alzano. A volte nel mondo del lavoro ci sono motivi per abbassare gli occhi. Nella preghiera possiamo rialzarli e l’orizzonte diventa subito più vasto. Superiamo la tentazione che porta a ripiegarci su noi, a volte pure a causa di problemi gravi che ci affliggono, ma che non verranno risolti da alcuna forma di ripiegamento.
 
Nella preghiera il cuore si allarga. Nella preghiera pensiamo a noi, ma non solo a noi. Se a volte non ci è dato di raggiungere le persone o le condizioni ci superano, possiamo renderci vicini attraverso la preghiera.
 
Stiamo pregando in questa centrale che si trova in una valle che non è solo abitata da molti di voi, ma mi auguro sia amata da tutti voi. L’amore per la montagna per me - in questi dieci anni - è diventato amore per le nostre valli, ma soprattutto per le persone che ancora vi abitano. Quasi quotidianamente da cristiano, oltre che da Vescovo, e insieme da cittadino, mi interrogo sul futuro delle nostre valli.
 
Ci sono tante comunità cristiane: in questa Val Brembana sono 67 parrocchie per circa 50.000 abitanti. Non mi rassegno. So bene quali sono le dinamiche sociali che si stanno sviluppando e sono state ricordate dal Signor Sindaco. I problemi sono veramente imponenti e tra questi c’è certamente quello del lavoro.
 
Siamo in un luogo di lavoro, dove si produce energia da una sorgente che per sua natura rappresenta la pulizia e la limpidezza come l’acqua. Una centrale idro-elettrica, che attraverso un bene della natura, pulito, genera energia dalla terra e dal lavoro dell’uomo, come per il pane e il vino che nella liturgia tra poco offriremo.
 
Abbiamo una necessità assoluta di energia, che diventa fame vorace. Siamo dei consumatori di energia in maniera impressionante: non ci basta mai. Ne abbiamo infinitamente più bisogno che in anni passati. Noi sappiamo però come questo bisogno si accompagni a esigenze di sostenibilità ambientale e sociale non di poco conto.
 
Ci sono grandi problemi che caratterizzano il nostro tempo che vengono sottovalutati in maniera sorprendente: uno è quello della sostenibilità ambientale. La nostra terra può sostenere tutto quello che le stiamo chiedendo? In che termini è capace di sostenerlo?
 
Cosa possiamo fare per corrispondere a quel grido della terra che il Papa non dissocia dal grido dei poveri?
 
La terra ha sete, l’industria ha sete, l’uomo ha sete. L’acqua corrisponde a questa sete e insieme alla fame di energia.
 
L’orizzonte in cui viviamo ci consegna un cambiamento epocale. Noi a volte lo dimentichiamo perché ne siamo immersi come un pesce che non sa di essere nell’acqua, ma ci vive. Spesso misuriamo le cose e giudichiamo la società a partire da criteri che dimenticano che siamo in una fase di cambiamento tra le più importanti della storia dell’umanità. C’entriamo tutti, c’entriamo in mille modi.
Un cambiamento che, nonostante tutte le resistenze, ci provoca perché avviene ad una velocità mai sostenuta fino ad oggi, rispetto alla quale ci possiamo domandare se umanamente siamo capaci di reggere tale portata.
 
Un cambiamento che incide in maniera evidentissima sulle trasformazioni del lavoro e del mondo del lavoro. Quante riflessioni potrebbero aprirsi partendo dalle nostre esperienze concrete: a partire da chi ha concluso l’esperienza lavorativa ed è in pensione e arrivando a chi si sta affacciando a questo mondo. Dobbiamo avvertire da uomini e donne, da cittadini e da cristiani che stiamo vivendo una trasformazione inevitabile. Non vogliamo resistergli o tirarci sul marciapiede o sul balcone della vita dicendo: “stiamo a guardare quel che succederà”. Non è un ragionamento possibile da uomini e donne preoccupati di sé e preoccupati dei propri figli e del loro futuro. Tanto meno lo è da cristiani.
 
Papa Francesco ci ha consegnato il tema di un’ecologia integrale come chiave di volta per riconnettere la sapienza cristiana con la transizione delicata che il mondo intero sta attraversando. Di fronte alla somma dei problemi che si scaricano sulla vita delle persone e delle comunità, lo sguardo della Laudato Si’ apre una via di speranza per tutti gli uomini di buona volontà, connettendo aspetti che sono in genere tenuti separati (questione ambientale, sociale, economica).
 
Che cosa può fare dunque la Chiesa?
 
La Chiesa ha una missione che può far sorridere qualcuno, ma è la stessa missione di Gesù: salvare l’uomo.
 
Ogni volta che da cristiani facciamo la professione della nostra fede, diciamo che Gesù è venuto “per la nostra salvezza”. Non dimentichiamo le parole del Vangelo: “Che vale guadagnare il mondo intero se poi perdi te stesso, perdi la tua vita, perdi la tua anima?”.
 
Questa missione non è soltanto una responsabilità “difensiva”: difendere il posto di lavoro, difendere l’uomo che lavora, la sua dignità, i suoi diritti, i diritti di chi sinceramente cerca lavoro e non lo ottiene.
 
La nostra è una responsabilità “costruttiva”. Uno dei compiti della Chiesa e particolarmente dei cristiani è quello di umanizzare il lavoro - in qualsiasi condizione - a partire dalla visione cristiana dell’uomo e del mondo, nel contesto di questo cambiamento epocale. È un impegno di ogni uomo, anche non credente, ma del cristiano in maniera specifica, che insieme alle sue competenze, alla sua intelligenza, alla sua creatività è chiamato ad offrire.
 
Oggi l’esigenza di umanizzare il lavoro non è minore rispetto al passato, anzi dobbiamo riconoscere che è maggiore. La nostra capacità, potenzialità, innovatività è impressionante, ma altrettanto impressionante è la delicatezza che questo tempo di cambiamento implica relativamente all’attore fondamentale che rimane l’uomo.
 
La famosa immagine della costruzione della Torre di Babele rappresenta in maniera efficace la necessità di questo contributo e di quello che può rappresentare il destino di una umanità che perde di vista di Dio, sfida Dio e alla fine uccide l’uomo.
 
È una parabola della follia collettiva, una follia che travolge l’umanità: quella che sembra una ribellione a Dio, di fatto diventa la mortificazione dell’uomo.
 
Una follia che qualcuno trasforma da propria in comune, travolgendo tutta l’umanità in quel turbine edilizio sempre più folle. Nimrod ha concepito l’opera come un atto di ribellione a Dio, come una sfida tesa a dimostrare all’Eterno che lui, umano, può arrivare allo stesso livello, se non ancora più in alto. I lavori cominciano. Vengono assoldati seicentomila uomini e donne. “Su, facciamoci una torre che arrivi sino al cielo, così ci conquisteremo una nomea in tutta la terra!”, echeggia il richiamo. Fra chi costruisce mattoni e chi li poggia uno sopra l’altro, la frenesia aumenta di giorno in giorno. I mattoni diventano più preziosi delle vite umane: le donne non possono smettere di lavorare neanche durante le doglie, partoriscono mentre continuano a sfornare laterizi. Se un mattone cade e si rompe è una tragedia collettiva, mentre se a precipitare dalla torre in costruzione è una vita umana, tutti restano indifferenti. Quanto è attuale!
 
Care sorelle e fratelli, mi rivolgo a voi e attraverso voi a tutti coloro che vivono la vocazione laicale. Il mio compito è di comunicare il Vangelo per ispirare la vostra azione, ma siete voi coloro che assumono fino in fondo la responsabilità del mondo e della storia.
 
Questo è il valore dei laici. Non solo voi, ma voi cristiani insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che con sincerità non solo lavorano ma si adoperano perché il lavoro sia sempre umano.
 
La proposta delle Comunità Ecclesiali Territoriali che è in fase di avvio rappresenta una modalità con la quale i cristiani ricercando la più ampia collaborazione di tutti, stanno nella “terra esistenziale del lavoro”.
 
Vuole essere un appello ai laici e alle loro competenze, dentro la necessità di sinergie virtuose con tutti gli attori del mondo del lavoro.
 
Sono molti - donne e uomini laici cristiani e anche non cristiani - che abitano ormai da decenni quella terra del lavoro che prende il nome di Terzo Settore. L’affermazione e l’allargamento delle tipologie e modalità lavorative in questo ambito - dal volontariato, alle forme cooperativistiche, all’associazionismo - richiedono una rappresentazione di valori ancor più trasparente rispetto ad altre realtà. Oggi però sono sottoposte una pressione mortificante e in alcuni casi addirittura ingiustamente criminalizzante.
 
I Vescovi italiani in occasione di questa giornata scrivono tradizionalmente un messaggio che pone alcune sottolineature. Appare del tutto evidente l’importanza di costruire politiche che favoriscano l’investimento in due direzioni principali.
 
La prima è la formazione e l’istruzione: le competenze saranno sempre più importanti per favorire la necessaria riqualificazione del lavoro ed andare ad occupare i tanti spazi aperti dalle nuove potenzialità create.
 
La seconda è offrire “umanità”, sempre più umanità. Il mondo del lavoro ha caratteristiche meravigliose, ma rischia di dimenticare quella fondamentale: l’umanità. Diventerà una delle chiavi di successo principali dei mondi del lavoro futuri, perché l’arte della collaborazione (fatta di fiducia, cura interpersonale, reciprocità, prossimità), i servizi alla persona e le relazioni saranno sempre più qualificanti e decisive. Non c’è macchina, non c’è robot, non c’è digitalizzazione che possa sostituirsi a queste dimensioni.
 
La capacità di fare squadra, producendo capitale sociale, sarà una delle chiavi del successo professionale ed assieme della fioritura umana e spirituale della vita. Un compito irrinunciabile e sempre più delicato sarà quello di inclusione degli scartati e dei più deboli.
 
Ci lasciamo infine interpellare profondamente dalla polarizzazione del lavoro: da una parte alta specializzazione, dall’altra un lavoro povero, dequalificato e dequalificante, delocalizzato e automatizzato.
 
Concludo facendo particolarmente mie le parole di tutti i Vescovi italiani: “La storia del progresso umano insegna che il benessere economico e sociale non è un’acquisizione data ed acquisita su cui lottare per la spartizione. Il vero tesoro di una comunità (e quindi del nostro Paese) e garanzia per il suo futuro è la somma delle fatiche e delle competenze, dell’impegno a contribuire al progresso civile e della capacità di cooperare e fare squadra dei propri cittadini. Se sapremo preservare questo patrimonio sociale ed arricchire questo tesoro riusciremo anche a vincere la sfida della dignità del lavoro di oggi e del futuro”.
(trascrizione da registrazione)
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